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BIBLIOTECA CRITICA
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DIRETTA
FEANCESCO TORRACA
IN FIRENZE
G. e. SANSONI, EDITORE
1899
NICOLA ZINGAEELLI
INTORNO
DUE TROVATORI
IN ITALIA
IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1899
It7é>l
PROPEIETA LETTERARIA
Firenze, Tip. G. Carnesecchi e figli
ALLA CARA E GLORIOSA MEMORIA
DI
ADOLFO GASPARY
PREFAZIONE
ALLA PRESENTE EDIZIONE
Poco avevo da aggiungere alla prima edizione
del serventese di Ugo di Saint Gire; ma il desi-
derio di accertarne il testo col soccorso di tutt' e
tre i manoscritti conosciuti, mi ha indotto prin-
cipalmente a ristamparlo : cosi ho dato luogo a qual-
che nuova spiegazione portatavi da altri nell' ordine
storico.
Ma il secondo di questi saggi è rifatto fonda-
mentalmente dalla sua prima redazione. Il bisogno
di spiegarmi la poesia di cui tratta, nelle relazioni
storiche, nella composizione metrica, mi ha portato
molto più là che non volevo; e il lettore avrà
forse ragione di obbiettare che un discorso cosi
lungo e minuto meglio si confacesse ad un lavoro
più ampio intorno a tutta 1' opera di Amerigo di
Pegugliano, che è veramente di speciale interesse
per la storia dei trovatori in Italia. Confido non-
dimeno che, a parte codesta ragione di economia,
queste ricerche, legate insieme dal filo di un sol
componimento, sia pure come gli episodii dei poemi
PC
in
Vili PREFAZIONE
cavallereschi eran legati dalla guerra contro gli
Infedeli, non sieno per sembrare inutili pel diffi-
cile tema della cultura in Italia nel secolo xiii.
Frattanto il serventese di Ugo di Saint Ciro ac-
canto alla poesia amorosa di Amerigo di Pegugliano,
può dar come un'immagine di quella unione di
armi ed amori, valore e cortesia, che è il carattere
principale della civiltà di quei tempi. Nella feconda
operosità odierna degli eruditi italiani, quasi a ri-
storo del lungo abbandono in che furono per l' in-
nanzi lasciati questi studii, e per ricongiungersi coi
loro precursori dell' italianissimo Cinquecento, ma
più ancora per quel potente impulso del mondo
moderno alla conoscenza scientifica del passato;
possano questi due saggi, se non figurare degna-
mente, dare almeno occasione ad altri di far molto
meglio ciò che vi si è tentato.
Napoli 1*^ giugno 1899.
UN SERYENTESE
DI UGO DI SAINT CIEC '
Ugo di Saint Gire, come altri trovatori in Italia,
non soltanto cantò di amore, ma s'interessò anche alle
cose nostre. E questo egli fece per lo più nella Marca
Trivigiana, ove stette di preferenza, ben accolto da
Alberico da Eomano, fratello di Ezzelino e di Cunizza.
Noi qui non vogliamo studiare queste relazioni del tro-
vatore con uno o con entrambi i fratelli da Komano,
ma prendere in esame il più importante serventese
eh' ei ci abbia lasciato. ^ È una poesia che non splende
1 Pubblicato nella Miscellanea di Filologia dedicata alla me-
moria dei professori JSf. Caix e U. A. Canello, Fivenze, Le Mon-
nier, 1886, e già prima in estratti nel giugno del 1885.
2 Ne parlò il Diez, Lehen und Werke, 2» ecliz., p. 340 sg.,
ponendolo innanzi al 1217. Il Gaspary, Geschichte d. italieniscìien
Literatur, p. 53 e nota in appendice, corresse il Ragionamento del
Diez, assegnando il serventese ad un torno di tempo, che è il giu-
sto. Più sicuri i nostri risultati, furono generalmente accolti; e già
contemporamente il Casini vi si era avvicinato di molto neir artì-
colo 1 Trovatori nella Marca Trivigiana, in Pì'opugnatore, XVin,
149-187 (1885). Quel che è detto del nostro serventese nella Histoire
Littéraire de la France, voi. XIX, è affatto privo d'interesse.
Senza interesse e scorretto è ciò che il Brinckmeiek, Die pro-
venzalische Troubadours als lyrische und politische Dichter, Got-
tingen 1882, p. 265, dice a proposito di questo serventese e di altre
poesie politiche del Nostro.
ZlNGARELLI 1
2 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
per grandi bellezze, e certo Don è delle più belle che
la passione politica de' trovatori abbia prodotte ; ma
è ricchissima di allusioni storiche, e speriamo anzi
di aver dimostrato che essa viene a supplire a' docu-
menti storici, ed è un documento per sé stessa.
Yogliam parlare della poesia che comincia: Un sir-
ventes viielìi faire en aquest son d'en Gui. Essa ci tra-
sporta in un momento della lotta di Federigo II con-
tro le città dell'Alta Italia e il Papa, lotta che non si
chiude in brevi confini, ma di tutta Europa mantien
sospesi gli animi, e da una delle parti assume perfino
il carattere di una crociata.
Però, come il papa ed i Guelfi, anche Ugo di Saint
Ciro voleva che tutta Europa si movesse contro Fede-'
rico IL Egli che in patria aveva assistito alla distru-
zione degli Albigesi, all'umiliazione de' conti di Tolosa,
agl'interventi de' re di Francia e d'Aragona, alla morte
di quest'ultimo, rivedeva quasi la stessa figura della
guerra contro quegli eretici, e riteneva che l'ira di
Dio, come su costoro, sarebbe certamente piombata
anche sul potente Imperatore. Cosi pensava Ugo col
suo spirito di chierico, che egli portò dal seminario di
Monpellier, sebbene vi avesse imparato a fare « chan-
sons e vers e sirventes e tensos e coblas », più che i
testi sacri; le scene di terrore seguite nelle sue con-
trade lo alimentarono; e certo contribuì a ringagliar-
dirlo il soggiorno nell'Alta Italia, in mezzo ai furori
del guelfismo, sotto l'impressione degli avvenimenti
straordinari, che si andavano svolgendo.
Il trovatore manda il suo serventese a Faenza al
signor Guglielmino, al conte Guido Guerra, ai signori
Michele Morosino, Bernardo di Fosco, a messer Ugo-
lino ed agli altri cittadini di là dentro (vv. 1-8). Si
tratta manifestamente dell' assedio di Faenza, intra-
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 3
preso da Federico II alla fine di agosto del 1240, e
durato sino al 13 di aprile del 1241. ^ La nobile città
resistette otto mesi, mentre l'Imperatore credeva che
vi avrebbe speso poco tempo e fatica. Nelle lettere da-
tate dall'assedio di Faenza cercava egli di dissimulare
l'acerbo disinganno, che provava per quella valida resi-
stenza; pure aggiungeva ch'era affar di giorni, ma che
infine se ne sarebbe sbrigato presto. ^ Gli avversari
però vi vedevano l' impotenza dell' Imperatore, e il
trionfo della loro causa giusta; Ugo di Saint Gire sente
partir dal cuore il suo serventese, e : « quale che sia il
vostro stato li dentro », egli dice agli assediati, « sap-
piate che la vostra fermezza, e il bel nome, e il pre-
gio, e la lode che si dice di voi, vi coronano di onore !
^ol che facciate buona fine ! »
Notissimo fra que' personaggi è il conte Guido
Guerra, figlio di Marcovaldo e nipote di Guido Guerra
-e della « buona Gualdrada », celebrato da Dante, Lif.
XVI, 37, perché « fece col senno assai e con la spada ».
Egli tenne lungamente la parte della Chiesa contro
l'Imperatore, e con forte nerbo di combattenti corse
in aiuto di Faenza, mentre altri mille soldati bolognesi
«e veneziani venivano pure accolti nella città.^ E quanto
1 MuRATOKi, Annali d'Italia, s. a. Notizie 'sulF assedio di
Faenza si cercano invano nel Cantinelli, Chronicon Faventinum,
■ap. MiTTARELLi, Ad reruììi italic. script, accessiones.
2 Huillaed-Bréholles, Ristoria diplomatica Friderici II,
t. V, 2, nelle lettere datate da Faenza passivi. Schirrmacher, Kai-
ser Friderich der Ztceite, III, 169.
3 Annales Piacentini Gibellini, in Pollastrelli, Chronica
tria Piacentina, 161 ; Schirrmacher, 1. e. 168. — Neil' anno pre-
cedente, 1339, Guido di Marcovaldo fece una cessione a suo fra-
tello Ruggiero nel castello di San Leonino in Romagna, cfr. De-
lizie del p. Ildelfonso, viii, 171.
4 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRO
notevole fosse la parte del conte Guido in queste lotte^
è mostrato anche da una lettera che il 26 ottobre del
'43 papa Innocenzo IV gì' inviava per esprimergli tutta
la sua gratitudine, ^ e dalle trattative che Federico
stesso inizia per riaverlo tra' suoi.^ Non fu dunque la
presa di Ostina nel 1250 la sua prima impresa, come
si crede. Un altro personaggio noto è Michele Moro-
sino (piuttosto che Moresino, come dice il serventese),
veneto, podestà di Faenza appunto in quell'anno,^ e
ricordato come valoroso duce e combattente: esso si
nasconde sotto la forma greca Mauroceno nella Cro-
naca del Dandolo. ^ Ser Ugolino potrebbe essere Ugo-
lino Giuliano di Parma, creato conte di Komagna nel-
l'agosto del 1220 dal legato dell'Imperatore, Corrado
vescovo di Spira e di Metz, ma che per comando di
Federico II fu nel giugno 1221 surrogato da Goffredo
di Biandrate, ^ se si dimostrasse che nel '40 era ancor
vivo e vegeto ed era corso in Faenza: egli avrebbe
avuta ragione di mantenersi avverso a Federico 19 anni
dopo, e di continuare ad aizzare le Komagne contro di
lui. Ma ora mi piace di più la congettura di F. Torraca,
che sia invece quell'Ugolino dei Fantolini di Cerfu-
gnano lodato da Dante in Fiirg. xiv, 121.^ Non essendo-
^ Huillaed-Bréholles, ib., VI, 136.
2 Huillaed-Bréholles, ib., 137.
3 ScHiRRMACHEE, 1. c. 168. Gli AfinaUs Piacentini dicono che
era veneto, 1. e.
"* Chronicon, in Muratori, B. I. S., XII, 352.
^ Huillard-Bréholles, ib., Introduction, pag. cdlxxvii.
^ F. Torraca, Le rimembranze di Guido del Buca, in Nuova
Antol, 1« sett. 1893, p. 23 sgg. — Il Gaspary, Zeitschr., xi, 273,
in una benevola recensione di questo saggio, propose dubitosa-
mente Ugolino Buzzuola, che apparteneva alla famiglia degli Al-
berghetti, dominante in Faenza, ed è nominato da Salimbene nel
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 5
€gli proprio di Faenza, ma del territorio, potè esservi
podestà nel 1253: ancora molti anni dopo, nel 1277,
soffri nei suoi possessi gli assalti di ghibellini faentini,
fuorusciti, bolognesi e forlivesi; e morì poco dopo. Nei
versi danteschi
0 Ugolin dei Fantolin, sicuro >
è il nome tuo, da che più non s'aspetta
chi far lo possa tralignando oscuro,
è un acerbo rimprovero ai degeneri figliuoli, di non
bella memoria per Dante. E Guglielmino potrebbe mai
essere Guglielmo di Camposampiero, fuggito da Ve-
rona poco prima dell'assedio di Faenza, temendo l'ira
dei fautori di Ezzelino e dell' Imperatore, e ricovera-
tosi nel suo castello di Treville ? ^ Di Bernardo di Fosco
ha ricordato il Casini ^ la menzione che ne fa Dante ?
Furg. XIV, 121, dove Guido del Duca ricorda i cava-
lieri romagnoli del suo tempo:
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna;
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di piccola gramigna ?
I commentatori lo dicono figliuolo di un lavoratore di
terra: se, come par certo, nel 1248 fu podestà di Pisa,
e di Siena nel '49, egli era veramente un signore assai
stimato, poiché ispirava la fiducia di queste città de-
vote a Federico.
1250 come praeciimiis di quelli. Dante fa menzione di lui in De
Vuìg. Eloq. i, 14 tra i poeti romagnoli. Ma di gran lunga prefe-
ribile è la spiegazione del Torraca.
^ SCHIRRMACHER, 1, C. 167.
2 Casini, I trovatori nella Marca Trivigiana, in Propugn.,
XVIIT, 178, e Giornale dantesco, IV (1896), p. 57.
6 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
Ma i difensori di Faenza hanno maggior significato
per Ugo di Saint Gire come difensori della Chiesa e^
della religione, « contro colui che non crede in Dio e
nella Chiesa e si fa lecito ogni delitto » (vv. 9 e
sgg). Federico II in qnel tempo era dipinto co' carat-
teri più neri nella fantasia de' credenti : tutti parla-
vano della sua vita orientale, dell' harem in Lucerà,
tutti sapevano riferire le sue parole ingiuriose e le be-
stemmie contro le cose sante; e papa Gregorio IX il
20 marzo del 1239 l'avea scomunicato dal Laterano^
lanciando contro di lui le più terribili accuse, fra le
quali che egli fosse l'autore del libro de trihus impo-
storibus : ^ ciò che lo faceva simile all'Anticristo. Pare
quindi che Ugo sia mosso dalla propria coscienza a
scagliare il rabbioso serventese contro « colui che non
crede né alla Chiesa né a Dio, né all'altra vita dopo
morte né al paradiso, e dice che l' uomo è niente poi
che perde il respiro ». Anche Dante collocò Federico
tra coloro
che l'anima col corpo morta fanno;
ed è noto che appunto nel tempo stesso delle sue guerre
con la Chiesa, la setta religiosa dei Patareni, che aveva
origine comune con quella dei Catari albigesi, tro-
vava appoggio in lui e nei suoi seguaci. Ugo si ac-
compagna coi chierici denigratori di Federico quanda
dice che esso non s'astiene da crudeltà e da delitti, aK
ludendo a misfatti, come tradimenti ed avvelenamenti,
che si facevano pesare sulla coscienza dell' Imperatore,
il quale testé nell'assedio di Brescia del 1238 avea rin-
1 MuKATOKi, Annali. — Albericus monacus trium fontium,^
in Script, rerum frane, t. XXI, 623 sgg. Huillard-Bréholles,^
ib. Introduction, cdlxxxvii.
UN SERYENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 7
Dovata V opera dell" avo attaccando alle macchine di
guerra i prigionieri bresciani. ^
Subito accanto a Federico, viene il conte Raimondo
VII di Tolosa, che per Ugo di Saint Circ ha molti
punti di somiglianza con l' Imperatore de' Romani (vv.
17 e sgg.). E « se il conte Raimondo lo sostiene, guardi
che faccia suo prò », egli dice, perché di questo ricalci-
trare al papa ed alla Chiesa il conte doveva sentir gli
effetti più di tutti. Riacquistati appena i suoi domini,
perduti dal padre Raimondo VI nella guerra degli
Albigesi, egli li avea riperduti affatto, dopoché il 29
gennaio del 1226 il cardinale di Sant'Angelo, legato
del papa, lo aveva scomunicato e dichiarato eretico,
e Luigi VIII, incaricatosi di fargli la guerra, s' impa-
droni di tutte le città e castella di Linguadoca, sino
a quattro leghe da Tolosa. ^ Parte ne ricuperò nel trat-
tato di pace con Luigi IX il 1229;^ parte più tardi,
e anche per benevolenza di papa Gregorio; altri non
riebbe mai più, come Avignone, Mmes, Uzés e Gour-
don. Fatto è ch'egli perdette tanta parte de' domini
aviti per causa del papa, dice Ugo; e il re Pietro
d'Aragona, del quale avea sposata la sorella Sancia^
che poi ripudiò nel 1241, ^ mori a Muret per sostenere
la causa di lui e del padre. Ora parca proprio che Rai-
mondo dovesse pigliar parte attiva a favore di Fede-
rico. Già verso la fine di settembre del 1239 il monarca
gli scrive ringraziandolo di essere con lui e contro la
Chiesa; ^ nell'anno dell'assedio di Faenza lo esorta a
1 Muratori, Annali, s. a.
'^ Art de vérifier ìes dates, artic. Raimondo VII.
3 Histoire generale de Langtiedoc, III, preuves 329 sgg.
■^ Art. de vérifier les dates, ìbid.
■' Huillard-Bréholles 1. e. V, 405.
8 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRO
muovere contro il conte di Provenza, Berengario IV,
messo al bando dell'Impero, e Kaimondo va con le sue
truppe per impadronirsi della Provenza.* Sennonché al
principio del 1241 Eaimondo avea mutato parere, ^ e
nel marzo scrive a papa Gregorio ch'egli è deciso ad
aiutarlo contro Federico. -^ Ugo finisce coli' ammonire il
conte che non abbia un'altra volta a fare il valletto
di un altro. E questi era il re di Francia: Kaimondo,
dopo il trattato di pace del 1229, era stato sei settimane
prigione nel Louvre. ^
E il trovatore si volge ora al re di Francia. Dopo
che Filippo Augusto ebbe ricuperati in Francia tutti
i domini dei re d'Inghilterra, questi tentarono più
volte di rifarsi. Enrico III il 1231 se ne tornò inglo-
rioso da un'impresa fallita per ricuperare la Bretta-
gna e gli altri domini continentali, e fu costretto alla
pace da Luigi IX. ^ Era ben naturale dunque che En-
rico III, la cui sorella Isabella era sposata a Fe-
derico II e mori nel decembre del 1241, dovesse spe-
rare appoggio in Federico, che essendo nemico del
papa, sarebbe dovuto essere anche del re di Francia.
Certo è che nel 1238 egli mandò in Italia un buon
numero di soldati con Enrico di Trubeville per aiutare
Federico contro le città lombarde. '^ Dall'altra parte il
re di Francia non corrispose alle speranze del papa,
1 Histoire generale de Languedoc, III, 420.
2 Histoire génér. de Lang., Ili, 423.
3 Huillard-Bréholles 1. e. V, 1101. — Ma poi il conte venne
ed aiutò il papa con Federico, osserva a proposito il Torraca :'
cfr. Riccardo da S. Germano, 1242-43.
4 Art. de vérifier les dates, ibid. Hist.gén. d. Lang.^ Ili, 377 sg.
^ Matthaeus Paris, in Ber. Britann. Script, voi. II.
^ Matthaeus Paris, Historia Anglorum, 1^ ediz., London 1571,
pag. 413.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 9
«he vedeva in lui, come già ne' predecessori di lui, il
suo difensore. Né saran mancate insinuazioni e pres-
sioni di ogni sorta per scuotere l'animo di Luigi IX,
€ muoverlo a sostenere una causa, dove gì' interessi
della curia romana erano tutto: non era ancor maturo
l'intervento francese in Italia. Ma se la promessa di
cui parla Ugo di Saint Gire fosse stata realmente fatta
Ì3alenare ad Enrico III da Federico, o se fosse soltanto
una manovra di papa Gregorio, noi non sappiamo. Quel
che si sa di sicuro è che appunto durante l'assedio di
Faenza Gregorio IX offerì la corona imperiale a Eo-
berto d*Artois, fratello di re Luigi. ^
La conclusione che Ugo tira da' suoi ammonimenti
è che la Francia debba aiutare la Chiesa contro Fe-
derico e tutt' e due sostenere i Milanesi e il signor
Alberic, que tolc que lai passata non es. Qui si accenna
ad Alberico da Komano, e all'ultima campagna di
Federico contro i Milanesi sullo scorcio del 1239. Già
dal mese di maggio di quest'anno Alberico si era stac-
cato dal fratello Ezzelino, e, prese le armi contro Fede-
rico, avea occupato Treviso, imprigionando i fautori
dell'Imperatore, tra cui la moglie del podestà Jacopo
di Morra, pugliese, che era fuggito a stento; e riusci
persino a render vano l' assedio che vi pose Federico
subito dopo. ^ Di ciò fu lietissimo il papa, e si affrettò
a scrivergli, il 7 giugno, per fargli grandissime lodi:
continuò poi a scrivergli sempre, scorgendo in lui
1 Huillard-Bkéholles, 1. e. Introduction, ccc sg., Schierma-
€HER, ]. e. 171 Sgg.
2 RoLANDiNo, in Muratoi'ì, B. I. S. Vili, 228; Riccardo di S.
Germano, in Muratori, B. I. S. VII, 1042. Il Monaco padovano, Mu-
ratori, ib., Vili, 678. E cfr. Vergi, Storia degli Ecceìini, II, 178
sg.; e Muratori, Annali, s. a.
10 UN SERVENTE8E DI UGO DI SAINT CIRC
il principale suo sostegno nella Marca. ' Che Albe-
rico pigliasse parte coi Milanesi e col cardinale Gre-
gorio di Montelongo nella successiva campagna, che
si distingue per l'inondazione del Lodigiano, operata
col far scorrere le acque del Lambro neirAdda,^ non
ci è attestato da nessun cronista, per quanto io sappia.
Ma niente mi par più probabile. Che anzi, subito al
principio del '40, troviamo Alberico col cardinale di
Montelongo all'assedio di Ferrara.^ Lo proverebbe an-
che la grande ira che mostrò sempre l'Imperatore con-
tro di lui, il proditor noster ; e un anno dopo, il 13
settembre. Federico scrivendo al re d'Inghilterra si
lamentava che il papa avesse invitato al concilio per
la pace il suo traditore Alberico. ^ L' Imperatore, dopo
essersi presa la soddisfazione di devastare alcuni luo-
ghi presso Milano, dovette retrocedere, e andò a Pisa.^
Cosi adunque ci appare giustificato quel che Ugo dice
al principio della strofa seguente, ch'egli sarebbe pas-
sato oltre se ne avesse avuto il potere.
Quando Federico riprese le ostilità, si rivolse alle
Eomagne, e assediò prima Kavenna e poi Faenza. Ed
animato dal buon risultato della campagna del '39 e
dalla valida resistenza di Faenza, Ugo esclama: « la
Chiesa e il Ee di Francia provvedano, mandino la
i Huillard-Beéholles, ]. e. V, 317 e nota; cfr. pure Vercì,
1. e. 183 8g.
2 SCHIRRMACHER, 1. C. Ili, 147 Sgg.
3 Muratori, Annali, s. a. — Anche il cardinale di Monte-
longo ebbe il suo poeta per le imprese contro Federico II; v. il
compianto provenzale e il compianto latino per la sua morte pub-
blicati da P. Meyer, in Misceli. Gaix-Canello, 231 sgg.
^ Huillard-Bréholles, 1. e. V, 1037.
'" Galvano Fiamma, ap. Muratori, Annali, s. a.; e Schikrma-
CHER, 1. C.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 11
crociata, ed andiamo là in Puglia a conquistare il re-
gno, perché chi non crede in Dio non deve tener terra! »
La crociata ! Ormai i papi avevano imparato a sfrut-
tare questo nome nelle loro brighe politiche in Occi-
dente. Già papa Gregorio l'avea proclamata nelle vie
di Eonia il 22 febbraio del 1240, e subito annunziata
per tutta Italia e Europa, e vi lavorava ^ con tutto il
fuoco che bolliva nella sua anima, non affievolita da
circa un secolo di vita!
Degli ultimi due versi Ugo si serve per dire che
Fiandre né Savoia non devono sostenere Federico, tanto
deve lor rincrescere dell' eletto di Valenza ! Questi era
Guglielmo I di Savoia, fratello del conte Amedeo, e
di Tommaso di Savoia, conte delle Fiandre per aver
sposata, il 1237, Giovanna di Fiandra, che mori nel
principio del 1245. '^ La storia degli ultimi due anni
di Guglielmo I ci è arrivata sparsa in cronache di
paesi diversi, ha perciò bisogno di una vera ricostru-
zione. Guglielmo I nel giugno del 1238 fu eletto ve-
scovo di Valenza,^ l'antica Valentia, Valence, alla riva
sinistra del Kodano ; non chiese la consecrazione, ma
fu e volle soltanto essere eletto, ciò che lo distingue
da' suoi consanguinei successori in quel vescovato, *
l'uno Bonifacio di Savoia, che fu solo administrator
episcopatus, ed electus di Belluy, poscia trasferito a
Canterbury, l'altro Filippo di Savoia, che fu procura'
tor, ma nel 1267 lasciò la cattedra, si ammogliò e suc-
cesse nel 1278 nella contea di Savoia a Pietro detto il
1 Muratori, Annali, s. a. Huillard-Bréholles, 1. e. voi. V,
lettera del papa della fine di febbraio 1240.
■^ Art. de vérifier les clates, Jeanne de Flandres; cfr. Zeitsch,
VII, 218.
3 Gallia Christiana, t. XVI,
4 Gams, Series episeoporum eccìesìae catJwllcae, Ratisbonae,
1876; artic. Valence.
12 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
piccolo Carlomagno. ^ Guglielmo I era uomo bellicoso,
sanguigno, come lo chiamavano i monaci di Winche-
ster; 2 ed amatissimo da Enrico III d'Inghilterra, tanto
da suscitare la gelosia de' magnati. Nel 1238 seguendo
in Italia Enrico di Trubeville co' soldati inglesi,^ si ac-
costò a Eederico : nel settembre di quest' anno è con
l'Imperatore all'assedio di Brescia,'^ e nel novembre in
Cremona, dove si fa dare diritti di sovranità immediata
sopra i sudditi di Valenza. ^ E presso Cremona egli
volle provare all' Imperatore come gli stesse in mano
meglio la spada che il pastorale, battendo, in unione
col marchese Lanza, i Piacentini, e facendo prigioni
molti cavalieri e fanti che menò in Cremona.^ Sennon-
ché accomodate le sue faccende con Cesare, il furbo
Ouglielmo va nell'anno seguente dal papa, presso cui
s'era fatto dare da Luigi IX l'incarico di trattar la
pace tra la Chiesa e l' Imperatore ; '' e Federico me-
desimo, voglioso com' era di un accomodamento, gliene
dovette dare anch'egli speciale mandato. Invece l'eletto
di Valenza tratta altre faccende col papa, e gli si offre
di capitanare un esercito contro l' Imperatore,^ in cam-
bio dell'elezione al vescovato di Liegi e della procura
del vescovato di Winchester: « ut in episcopatum Leo-
diensem eligeretur electus manens Valentinus, et epi-
scopatum Wintoniensem optineret ut procurator, ma-
1 Art. de vérifìer les dates, III, artic. Philippe de Savoye.
2 Matthaeus Paris, I. e. 2* ediz. Londra 1640, p. 473. Mi si
perdoni l'aver citato questa storia da differenti edizioni. Come
la cosa sia successa, è inutile il dirlo.
3 Matthaeus Paeis, 1. e. 1^ ediz. pag, 397 sg.
4 Gallia 67^nstm^a, ib. Huillard-Bréholles, 1. c.V, 232, 235.
^ Gallia Christiana, ih. Huillard-Bréholles, V, 247, 261 sg.
^ Annal. Placent. Gihel., ib., pag. 153.
" Chronicon Alberici mon. Trinm fontium, ib. pag. 623.
^ Matthaeus Paris, 1^^ ediz. pag. 413.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 13«
nens electus Leodiensis », dice Matteo Paris.^ Ottenuto
ciò, si accinse a tornare; ma il 3 ottobre del 1239 mori
presso Viterbo, e corse voce che fosse stato avvelenato.
La colpa si fé' cadere sopra un povero maestro Lorenzo
di San Martino, forse un medico, amico di Guglielmo,
e poco gli occorse a purgarsene ; ^ ma quanto sarebbe
stato più giusto il cercarla nella fazione partigiana di
Federico, irritata dalla condotta che il vescovo avea
tenuta negli ultimi mesi, e dal tradimento patente ! La
notizia di questa morte scosse Enrico III, né meno i
due fratelli Amedeo e Tommaso. Amedeo avea fatte
festosissime accoglienze il 1238 a Federico, che tor-
nava dalla Germania : fu tale anzi il compiacimento
del sovrano che eresse in ducato il paese da Chablais
ad Aosta. Tommaso al contrario era nemico di Fede-
rico, e verso la metà del 1240 rinunziò a continuare
una lotta in cui avea sacrificato tanto del suo ; e ve
lo spinse anche il dolore della morte del fratello Gu-
glielmo. 2 Ma se Ugo poteva temere che Amedeo soc-
corresse Federico, non pare che avesse ragione di so-
spettarlo anche di Tommaso, aperto nemico. Pure negli
ultimi mesi del 1240, durante l'assedio di Faenza sarà
successo qualche cosa che noi non sappiamo, saranno
sorti forse sospetti che anche il fratello di Amedeo in
fine, dopo aver cessate le ostilità, si mettesse dalla
parte di [Federico. Ugo di Saint Gire rammenta ad
entrambi la morte del congiunto, e questo, secondo lui,
deve bastare, perché né Fiandre né Savoia aiutino quel
cattivo soggetto.
Cosi siamo arrivati alla fine del serventese. Secondo
tutte le probabilità, esso cade precisamente tra la fine
1 In Ber. Britan. Script. II, 427.
2 Ibid.
3 Matthaeus Paris, 1» ediz., pag. 473.
14 UN SERYENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
del 1240 e il jDriDcipio del seguente, forse non oltre
il febbraio, quando Faenza si sosteneva già da un
pezzo, rinchiusa nella città di legno che Federico nel-
l'ottobre le avea fatta costruire all'intorno;^ Kaimon-
do VII non avea ancora apertamente lasciato Federico,
ciò che fece il 1*^ di marzo; e Tommaso di Savoia
smesse da qualche tempo le ostilità. E se è permesso
di circoscrivere ancor più questa data, pensiamo che
il serventese fu scritto nel novembre del 1240, quando
inchinando i difensori di Faenza alla resa, da ogni
parte s'insinuavano messaggi del papa, sotto le spo-
glie di frati questuanti, incoraggiandoli efficacemente
alla resistenza. ^ E che anche il serventese di Ugo sia
penetrato ad infiammare gli animi degli assediati, è
cosa molto probabile.
Il serventese trovasi nella prima parte del codice
Estense (D), ^ e in due codici parigini, l'uno il prezioso
856, già 7226 (C), e l'altro il 22543, La Yallière 14, già
2701 (E), cfr. Bartsch, Grundriss, 457, 42. Il Millot ne
dette una versione, di cui si giovò il Diez, non cono-
scendone alcun testo, quando pubblicò Le vite e le opere
de' trovatori. Il Raynouard, Lexique Roman, I, 417,
lo pubblicò la prima volta sui due mss. parigini, ma
seguendo a preferenza il primo; e questo testo ripro-
dusse con lievi alterazioni il Mahn, Werke der Trou-
hadours, II, 151. Noi lo ripubblichiamo su tutt' e tre
i codici, purgando cosi il testo anteriore dai frequenti
italianismi ortografici dell'estense.
1 SCHIEKMACHEK, 1. C. pag. 169.
2 SCHIRRMACHEK, 1. C. pag. 170.
3 Ce ne fu data copia insieme ad altri testi dell' Estense, dalla
gentilezza del Dott. Giuseppe Vandelli, modenese, già alunno del-
l'Istituto fiorentino di Studi Superiori. Gliene rendiamo nuove
srrazie.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 15
Eispetto alla sua fattura, esso si compone di sei
strofe monorime di otto versi e di altri due versi di
congedo. Le strofe sono le cosi dette cohlas capfini-
das, perché ognuna comincia con l'ultima parola della
strofa precedente.^ I versi sono dodecasillabi, alessan-
drini, con la solita cesura, qualclie volta femminile, al
mezzo : metro piuttosto frequente nei serventesi e nelle
coble di questo periodo, quanto scarso era prima.
È detto nel primo verso che il serventese è fatto
en aqttest son cVen Qui ; si tratta di una poesia di Gui
de Cavaillon. Tra le poche poesie pervenuteci di que-
sto trovatore, abbiamo una tenzone con Peire Bremon.
Questi dice : Un vers voill comenzar el son de set Gui,
Pois Guis m'a dit mal eu lo dirai autressi; e Grui ri-
sponde: Ben avet2 auzit qu'en Bicas Novas ditz de mi;
vedi Herrig, Arch. 34, 410 sg., e Monaci, Studj di fil.
rom. V, 532. Tra le poesie di Gui deve essercene dun-
que stata una, non pervenutaci, nel medesimo metro
di queste, ^ e monorima come esse, da cui Peire Bre-
mon avrebbe preso occasione al suo vers. Nello stesso
suono avrebbe Ugo di Saint Gire composto il serven-
tese, come ebbe osservato già il Bartsch in una giunta
alla seconda edizione della Poesie der Trouhadours
del Diez, p. 75 sg. Non fa difficoltà che le coble di
1 Su di ciò vedi Bartsch, in Jahrbuch fùr romanische und
englische Literatur, I, 181; e Levy, Buppl. Wòrterbuch, I, 205.
2 Veramente la lezione dei versi qui citati è corrotta, cosic-
ché Talessandrino non si vede più; i versi seguenti però sono di
misura giusta; cosi il terzo della prima cobla, Qu'en son alberc
rmihet Baimon de Saint Marti, ecc. Più innanzi diciamo che
queste coble son di quattordici versi l'una; più esattamente, la
prima è di tredici; potrei da ciò lasciarmi trarre a dire che que-
sta disuguaglianza nel numero de' versi sia a favor della mia
potesi; ma è probabile che sia caduto un verso nella prima; e
16 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIEC
Peire Bremon e di Gui sieno di quattordici versi Tima,
0 che la poesia perduta potesse avere più coble e ancor
più lunghe. Ugo non ha preso altro che il suono, e
ognuno di questi versi lunghi sta da sé. Si ricordi a
tal proposito che Guglielmo di Tudela fa la sua canzo-
ne degli Albigesi con lo stesso metro e nel suono, dice
egli stesso, della canzone di Antiochia ; ma, com' è na-
turale, il numero di versi di ciascuna serie non ne è
punto vincolato.
Un sirventes vuelh faire en aquest son d'en Gui,
que farai a Faiensa mandar an Guillemi,
et al comte Gui Guerra, en Miquel Morezi,
4 et an Bernart de Pose et a sier Ugoli,
et als autres que son lains de lor vesi;
e sapchan, com e' a lor de laintre esti,
quel ses, el noms, el pretz, el laus c'om de lor di,
8 los coronan d'onor, sol fassan bona fi.
1 C sierventes uelh far, D vueill. — 2 R faray ; CU fallensa,
Z) affaienza; C guillami, D guillelmi. — 3 D moresi. — 4 jR ber-
iiat. — 5 JR layns; C fesi, DE fefi (cfr. Casini, 1. e. 173 n.^ —
6 C cura qualor, D con (Casini con cai or). — 7 D sens; quom.
— 8 CR corona; R sol] los.
d'altra parte, lo stato del testo della 2'' è cosi guasto da esigere
ogni riserbo. — Alle stesse mie conclusioni sul son cVen Gui per-
veniva contemporaneamente O. Schultz, Zeitschr. f. rom. Pliil. IX,
128, nei copiosi appunti per la biografia di Gui de Cavaillon ; e
V. ora Archiv, 93, 125.
Sul testo della prima edizione di questo saggio fu ripubbli-
cato il serventese da E. Monaci^ Testi antichi provenzali, Roma,
1889, p. 88, e da V. Ceescini, Manualetto inovenzale, 1892-94,
p. 139 sg. Accurate osservazioni sul testo fece E. Levy, in una re-
censione in Literaturhl. VII, 331.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 17
Bona fi dell ben far, e Dieus li deu far be,
qui franquez' e dreitiira e la gleiza mante
contra ce! que non a en Dieu ni en leis fé,
12 ni vida apres mort ni paradis non ere,
e ditz c'om es niens depueis que pert Tale;
e crueltatz l'a tolta pietat e merce,
ni tem laida fallii da faire de nuilla re,
16 e totz bos fatz deshonra e baiss' e descapte.
Sii chaptel coms Eaimons gart quen fassa son prò,
qu'eu vi quel papal tolc Argens' et Avinho,
e Nemz' e Carpentras, Vennasqu' e Cavalho,
20 Uzetge e Melguer, Rodes e Boazo,
Tolzan et Agenes e Caortz e Grordo,
en mori sos conhatz, lo bons reis d'Arrago;
e s'el torn'a la preza per aitai ochaizo,
24 encar Ter a portar el man l'autrui falco.
Lo falcos, fils de l'aigla, quez es reÌ8 dels Frances,
sapcha que Frederics a promes als Engles
9 CDR fili (cfr. Levy, Literaturbl VII, col 132); C dieu.
— 10 J) que; B franquese, C franquezae; R dreytura e la gleyza,
D glieiza. -— Il C selli ; D deu; J? lei ; C [fé] se. — 12 C manca il
secondo emistichio. — 13 i? niens despueis, C manca, e cosi
V ultima sillaba del verso. — 14 C ta pietat e manca. — 15 JR
layda, fayre ; in C è rimasto solo faillida fa. — 16 Z) toz bons,
JR bons fayhz desonra; E baysse descapte; C del primo emisti-
chio rimangono tz bos faig de, delV ultimo un e finale. — 17 C
rimasto Sii chapte . . . nions ga., . ro; D fassan, pron. — 18 JK
quieu; DIÌ e auigno[n]. — 19 D manca per intero; R manasce.
— 20 JRhuzetie; DR boazon. — 21 Caganes; R caors, C guordo.
— 22 D coiguaz, C coynhatz, R cunliatz ; R bon rey daragon ;
C rey daraguo, D bon, Aragou. — 2S R presa, occayzo, D ocaizo;
— 24 Z) lora portar {onde Casini traduce: « di nuovo ancora lo
mandi portar l'altrui falcone », che non ha senso); DR altrui,
C autruy ; D falcon — 25 D falcons ; C filh ; R que ; C reys. — 26 (7
fredericx, R Fredri con un e sul secondo r.
Z1N6ARELL1
18 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
qu'el lor rendra Bretanlia, Anjou e Toarces,
28 e Peitau e Saintonge, Lemoge et Engolmes,
Toroinn' e Normandia e Guien' el Paes,
en venjara Tolzan, Bezers e Carcasses:
doncs bezonha que Fransa mantenha Milanes
32 e n' Albaric que tolc que lai passatz non es.
Passatz lai fora ben s'el n'agues lo poder;
que de ren als non a dezirier ni voler,
mas com Frans' e la gleiza el pogues decazer,
36 e la soa crezensa e sa lei far tener;
doncs la gleiza el reis i devon pervezer
quens manden la crozada ens venhan mantener :
et anem lai en Polha lo rogne conquerer,
40 car cel qu' en Dieu non ere non deu terra tener.
Ges Flandres ni Savoya noi devon mantener,
42 tan lor deu de Fcleg de Valensa doler.
27 R Quìi lui* uendra, CDB aniou. — 28 C sayntonge, D san-
tonie, B sàt òge; D [liraonge, B lemoties. — 29 (7 tolòme, B to-
tonje, 2) totoinne (cfr. Annotazioni)] C guiansel. — 30 D besers,
Carcassers. — 31 D besoigna; B a fràsa mantegn, D Franzia
manteingna. — S2 B lay. — 33 C silh — 34 D dezerier, B des-
— 35 (7 cum franssela gleyza; il resto del verso e tutto il 36 e il
primo emistichio del 37 mancano; B mas o, D frange, al quale
manca pure il resto del verso e tutto il 36. — 37 i? don la gleyza
el rey; C hi denhon. — 38 C mandon, JR mande; D veignan. —
39 JR lay; C polla, D poilla; — 40 C quar selh, D sei. — 41 D
sauoia; B deuo; — 42 tant D; GB elieg.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 19
ANNOTAZIONI AL SERVENTESE
2. Faiensa, Faenza. L' i mediano sta qui a levar l' iato pro-
dottosi dalla scomparsa di v. Il francese faience, majolica, è in
origine Faenza, e ci conserva dunque questo i. Pure, in Donata
proensals^ ed. Stengel, 52, 9 faentis, faventinus.
4. Sier, cioè ser, titolo specialmente de' notai, cora' è noto; ma
che si trova anche dato ad altri, come: « un mercadier de Genoa
que ac nora sier Amfos » (biograf. di Folchetto di Marsiglia) ; « sìer
Peire de Fraisse, vuelh jutje notre dig » (Guiraut Riquier, Aras
s'esfors); tutti e due, insieme col nostro, citati dallo Stimming,
Beri. d. Born, nota al num. 4. Può aggiungersi : « un vers vuelh
comensar el son de ser Gui » (Peire Bremon). In una cobla di
Ugo di Saint Gire, Antan fets cobla d'una bordeliera, Amerigo
di Pegulhan è chiamato Ser Aimeric; stampata ora in Witthoeft,
Sirventes joglaresc, 73. Non era un notajo il ser Ardigons (Albric
[da Romano]) in Suchier, Denkmàler I, 320, né un giurista, come
vorrebbe il Casini, 1. e. 163, il quale ha ricordato anzi che Ardi-
gons fu podestà di Padova il 1233. Lo Stimming, 1. e, ha pure « lo
sier Salamos que tant fon sapiens », Peire de Corbiac, Tesaur,
386 ; ma questa lezione è giustamente sospetta al prof. Tobler,
anche per la ragione che è strano quel titolo di sier preceduto dal-
l'articolo : sarà da leggere lo reis Salamos, come vuole il Toblef;
e in quanto al sier dei nostri esempi, ritenerlo, con lo Schultz, un
italianismo, messier.
5. vesi, vicini. Contrariamente alle sibilline lezioni dei codici
ho adottato vesi; che se non si spiega con le ragioni paleografiche,
va benissimo per il senso, ed ha il consenso del prof. Tobler.
Il verso va dunque interpretato: «ed agli altri loro cittadini là
d entro », perché qui vesi risponde al nostro antico vicino, citta-
dino. Il Levy, 1. e. propose fé fi, che piacque anche al Gaspary,
Zeitschr., XI, 274 (1888), e fu spiegato « fermi nella lor fede » ; ma
è un costrutto forzato. Nelle coble che si scambiano Peire Bre-
mon e Gui de Cavaillon, Un vers vueill comensar el son de ser
Gui, appunto vi è veisi in rima nello stesso significato.
8. sol fassan, sol que f., cfr. it. sol che, e Diez, Gr. DI, 358.
20 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC
10. franqueza; potrebbe intendersi franchigia, libertà^ come
in Bartsch, Chr.^ 99,37 ; e cosi dreitura per giustizia, Donatz
proensals, ed. Stengel 6, 15. Ma qui Ugo loda lo spirito caval-
leresco de' difensori di Faenza, e secondo l' uso generale in-
tenderemo franqueza, lealtà, generosità ( cfr. francs, curialis ,
Donatz proens. 3, 35), e dreitura, rettitudine. E a proposito
il seguente esempio dal pìanli di Daspol per san Luigi, P. Meyer,
Les derniers trouhadours, im Bibl. d. Vécole d. Chart., XXX, 285:
« Quel era francs e fìs et amoros, E lials reys e drechuriers e
pros ». Insomma franqueza e dreitura non sono ideali sociali qui,
ma qualità cavalleresche. — E cosi quest' unione « qui franqueza
o dreitura e la gleisa mante » ricorda Aimeric de Pegulhan, Mahn,
Ged. 83: «Lo pros Guillems Malespina soste Don e dompnei e
cortesia e me ».
15. faiUida ; falhir, delinquere, in Donatz proens. 37, 11 e
53, 21.
16. coms Baimons. Anche Bordello accenna alle perdite di
Raimondo VII nel planh per Blacatz: « al conte di Tolosa è uopo
che ben ne mangi, se gli sovviene ciò che possedette di già e ciò
che possiede » !
18. quel papal tolc. Similmente, Gui de Cavalho nella ten-
zone con Raimondo VII gli domanda s'egli aspetta le grazie del
papa 0 vuol riconquistare da sé i domini perduti; Herrig, Archiv.
34, 407, e Torraca, Sul « Pro Bordello », p, 41 sgg. — Argens', Ar-
gence, sulla riva destra del Rodano presso Beaucaire: cfr. Meyer,
in Romania XV (1886), p. 457, che rimanda a Chanson d. la Croi-
sade, y. 3714, e indice del voi. II ; e Schultz, in Archiv, 93, 130.
Raimondo nel 31 maggio 1241, dopo cioè che fu scritto il serven-
tese, riceve l'investitura della terra di Argence; cfr. Hist. ge'n. de
Languedoc, 1^ ediz., m, 425.
19. Nemz\ cioè Nemze, Nìmes, lat. Nemausus, dipart.. del Gard.
Nel 1229 si sottomise al re di Francia e non tornò più al conte
di Tolosa, cfr. Hist. gén. d. Langu. Ili, 355. — Carpentras, di-
part. di Vaucluse, fa omaggio a Raimondo il 15 maggio 1239;
Hist. gén. d. Langu. Ili, 339 sg. — Vennasriue, lat. Vindascium
ora borgo del dipartimento di Vaucluse, già capoluogo del con-
tado di Venaissin, prov. Venaici, conceduto da Innocenzo III a
Raimondo VII nel concilio lateranense con Argence e Beaucaire,
Chanson, vv. 3713 sgg. — Cavaillon, dipart. di Vaucluse, arron-
diss. Avignou; apparteneva anch'esso alla contea di Venaissin,
quindi segui la sorte di Carpentras.
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CiRC 21
20. Uzetge, Uzés (Ucetia), dìpart. del Gard, riunita alla co-
rona di Francia nel trattato del 1229; Hist. gén. d. Langu. Ili,
375. — Melguer, 1. med. Melgorius, Melgueil, ripresa da Rai-
mondo VII il 1223, Hist. gén. de Langu. Ili, 334. — Eodes, di-
part. Aveyron (già prov. Roiiergue), riacquistata da Raimondo il
1228; Hist. gén. de Langu. Ili, 369. — Boazon, Boissezon, lat.
med. Boisazone, castello nell'Albigese, preso nel maggio del 1221;
Hist. gén. d. Langu. Ili, preuves 111. Non conosco altro passo
di autore provenzale in cui trovisi la forma Boazo, che di regola
è Boisazo, Bosazo; e forse dunque sarà da correggere il nostro
testo. Thomas, in Dictionnaire tO'pograpMque de rHérault, regi-
strando questo castello Boissezon, che è propriamente nel comune
di Vieussan, cantone di Olargues, arrondiss. Saint Pons, non dà
nessuna forma antica. Ricorre però oltre che al luogo citato qui
sii, anche nella biografia di Raimon di Miraval. Esso è diverso
dall'altro castello, nello stesso dipartimento, Boisseron; che pur
deriva da Boisedono, Buxodone, e che perciò poteva darci anche
la forma Boissezon; cfr. P. Meyee, in Bomania, IV, 189.
21. Tolzan, contea di Tolosa, ritorna a Raimondo il 1229; Hist.
Ili, 371. — Agenes, Agenois, nella Guienne, ricuperata già nel
1229 ; Hist. Ili, preuves 329 sgg. — Caortz, Cahors, capitale del
Querci. La città di Cahors rimase al re di Francia, mentre il
Querci fu reso a Raimondo; Hist. III, 371, 376, pre^6^;es 329 segg.
— Gordo, Gordon, castello nel Querci.
22. Pietro II morto il 1213 alla battaglia di Muret; cognato
cosi di Raimondo VII come del padre Raimondo VI, per la qual
cosa il DiEZ potè mettere il serventese prima del 1217; cfr. Ga-
SPABY, 1. e. — Lo hos reis è chiamato Pietro II nella canzone degli
Albigesi ; le diverse redazioni della biografia provenzale di Ugo
di Saint Gire ci dicono ch'egli fu presso il re Pietro d'Aragona.
23. E s^el torn'a la preza, se, cioè, un'altra volta vorrà ri-
prendere il perduto, profittando di questa occasione: allusione alla
guerra contro Berengario IV conte di Provenza, della quale Fe-
derico avea incaricato Raimondo.
24. el man ; di man usato come maschile altri esempi presso
Stimming, Bertran de Born, 1^ ediz. Anmekg., 254.
25. Lo falcons ecc. Non pare si abbia in queste parole alcuna
reale allusione storica. Certo san Luigi era un re valoroso, e a
sua madre, Bianca, sotto la cui reggenza egli stette negli anni di
minorità, l'appellativo di aquila potrebbe star bene, come al suo
sposo Luigi Vili stava bene quello di Leeone; ma io qui non so
22 UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIEC
vedervi altro che soggettive allusioni del poeta; a cui ha contri-
buito il falco della strofa precedente, che ora gli occorreva per co-
minciare la seguente.
27. Toarces, il paese di Toartz. È l'attuale Touars, nel dipar-
timento delle Deux-Sèvres, viscontea nel Poitou.
29. Toroinn' ; è l'odierna Touraine, che nel lat. med. è Tu-
ronia, Turoina. Questa lezione dobbiamo al prof. Tobler; ed
è incontestabilmente T originaria: il Casini anzi ha letto nel-
l'estense proprio Toroinne. L'aver scambiato r con? ha originato
il Toìonf del copista di R., che è uno sbaglio elevato a terza po-
tenza, e la fusione di n con i il tolome di C. Si sa che la Tou-
raine è tra le province tolte da Filippo Augusto al dominio de-
gl'Inglesi sino dal 1204.
— Paes, il Pays-Chartain, nella Francia centrale, capit. Char-
tres.
30. Accenna alle stragi avvenute in questi luoghi per opera
de' Francesi, nella crociata contro gli Albigesi.
32. Albaric. Alberico da Romano è nominato da Ugo anche
nel serventese « Messonget un sirventes », Mahn, Werìce, II, 150,
ed ora Witthoeft, Sirventes joglaresc, p. 54. Si è già ricordata
la cohla con cui Ugo fa una domanda ad Alberico, con la risposta
di quest' ultimo, presso Suchier, Denìcmàler, I, 320 ; ne toccò il
Grober, in B0H3IER, Bomanische Studien 2, 495, e il Casini 1.
e. 162 sg. : V. anche De Lollts, Sordelìo, p. 13 n. La corrispon-
denza scherzosa è segno di certa intimità.
35. decazeì\ avvilire, far decadere. Il neutro decader, descaeer
ha preso significato causativo, fattitivo. Cosi nel pugliese scadere.
Un altro esempio in Sordello, donas dechaser, ed. De Lollis.
p. Vili (p. 161 e 269). Inoltre Aimeric de Pegulhan, A leis de fol
camjador : Pueis tan pueinh en mi eys decazer. Albertetz, En
un sonet gai e ìeugier: Adonx vos pensson dechazer. Un solo
esempio di Gui de Capdoill ne dà il Raynouaed, Lex. Bom. II s.
cazer. Anche nella biografia di Ugo si dice che con le sue rime
« ben sap levar las soas dompnas e ben decazer ».
34. desirier ni voler tornano spesso accoppiati, similmente ad
altre note ripetizioni quasi tautologiche, come sen e saher, planhs e
plors ecc. In questa stessa poesia posson citarsi anche, non come
equivalenti alle prime, ma dello stesso conio, dovute alla mede-
sima tendenza, sens e noms, pretz e laiis, pietat e merce, fran-
quez' e dreitura, baiss'' e descapte.
42. eleg, non frequente perfetto forte, invece di elest, elegit, eie-
UN SERVENTESE DI UGO DI SAINT CIRC 23
gut, da elegir ecc., come riduzione provenzale dell' ecclesiastico
electus s' incontra altre volte. In R e C la forma dittongata elieg
è regolarmente per è.
33-42. Da questa ultima strofa si vede con quanto fervore Ugo
abbracciasse la causa delle città nemiche dell' Imperatore : egli è
qui animato dal guelfismo più schietto, e con tanta passione che
i suoi versi ci paiono belli, non indegni di altri, assai più grandi,
trovatori. Ci è qualche cosa di originale nell'intera poesia, che
si riflette anche nella forma: il congedo, per esempio, è al prin-
cipio, e nella tornada si continua invece l'argomento; e poi una
certa intonazione epica, una robustezza sempre sensibile, quella
fede, forte e tenace nella sua grettezza, a cui si unisce la schietta
espressione popolare, fanno di questo serventese la più bella poe-
sia che abbia composta Ugo di Saint Gire, il quale tanto si dilettò
di poetare a freddo.
PER UN « DESCORT >
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO
Amerigo di Pegugliano ci ha lasciato un compo-
nimento lirico Qui la ve en ditz, che al Diez parve
singolare per la lunghezza delle stanze, e degno di
apparire tra i pochissimi testi che egli stampò in ap-
pendice al suo aureo libro Die Poesie der Trouha-
doiirs. Già solo per una tal distinzione lo studioso
è costretto a fermarvisi; ma per gl'Italiani quella poe-
sia ha anche un altro interesse, essendo quasi certa-
mente scritta in Italia per una gentildonna del nostro
gran mondo feudale. Sarà utile darla qui subito tra-
dotta, perché la si giudichi meglio, e se ne possa trat-
tare più agevolmente.
« Chi la vede ne dice : Dopo che Dio mise tanti beni
in madonna Beatrice, non vi si trova punto mercé;
perché è cosi ben formato il suo leggiadro cortese
corpo, che sarà gioia mancata se non l'avesse. Il suo
dolce sguardo lucente, cordiale, fiore dei più nobili,
renderebbe letizia nei cari discorsi, tanta dolcezza vi è;
poiché Kalto onor suo, che si è innalzato più dello stesso
onore, piace, e il contegno grazioso : non mi è cosi caro
1 Un deseorU di Aimeric de Pegulhan, Ferrara, A. Taddei
e F., 1890; per nozze Mattioli-De Alberti; in 8^ pp. 9-24.
26 PER UN « DE SCORI »
il ricever dono. Se ubbidissi al mio cuore, ne direi tanto
cantando di lei, che mi diverrebbe nemica la bella,
che adoro amando. Che mi varrebbe se io perdessi
colei che amo cosi lealmente? che io ne riceverei sca-
pito con gran danno nella mia amica.
« Non nacque mai di nessuna gente alcuno che
amasse cosi fedelmente senza esser riamato; son folle
poiché non attendo piacere e non ne ricevo grazie, e
nel mio errore so che sono savio. Ne vorrei pace ed
accordo pieno, tanto sono afflitto, meschino e senza nes-
suno svago; ne ha gran torto la sua persona, perché
in luogo di conforto io tengo nel cuore tutt' e due gli
occhi suoi: ecco il sollievo; ucciso mi hanno le sue
belle risposte. Che mi fé' sembiante di amore quando
vidi il suo fino e leggiadro corpo, e senza lancia dar-
deggia il suo occhio; ma non sorride a me, e non vuole
che io la onori, né m' incoraggia, anzi mi rimuove da
sé: senza dubbio si scema il suo pregio, perché mi
uccide essendole cosi devoto.
« Poiché mi ha tutto conquiso, che non devio punto
da lei, cui son dedito, e non mi pasco mai di altro,
e perché il suo fin pregio è raggio dei più veraci, vo-
glia e soffra (ciò che sarebbe fastidioso pei vili), che
col piacer suo, per far dispetto a loro, mi dia luogo
ed agio solo di pregarla: non vorrei allora ottenere
che un'altra mi coricasse con sé, né proprio giacer
con lei e che ella mi baciasse. Se io le sono amante
senza sottrarmi, e cosi leale, non posso far poco o punto
altra cosa, tanto le sono servo : perché non sono verso
lei mutevole né ingannatore, né falso e vile, mi pare,
affe'mia, che me n' è un male più pungente.
« E la più bella di sotto il cielo pei buoni e pei
cattivi: perché è del soffrire causa l'onore, e il primato
salvo ».
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 27
Prima la lode della dama, alla quale non manca
nulla se non mercé, la virtù di rimeritare l'amore sup-
plichevole dell'amante; poi l'afflizione disperata del
poeta, che non può aver da lei mai un sorriso, mai
una promessa, ed anzi è respinto; finalmente la ri-
chiesta, umile, che gradisca almeno la sua preghiera,
si degni di porgergli ascolto, a dispetto della gente
noiosa e vile. Sicché, in complesso, è un canto di un
amante sfortunato, che non cede alle ripulse, per esser
troppo invaghito delle bellezze della dama, e troppo
a lei devoto.
Chi è questa signora col fatai nome di Beatrice, cosi
arduo per gli studiosi dei nostri poeti medioevali, da
Eambaldo di Vaqueiras all'Alighieri? Il Cavedoni as-
serì che fosse Beatrice d'Este. ^ E infatti Amerigo loda
frequentemente una Beatrice d'Este. Nella canzone
Fer solatz d'autriii chant soven^ dedica il primo com-
miatb a Guglielmo Malaspina, il secondo a lei:
Bels Peragon, cum hom plus soven ve
na Biatritz d'Est, plus li voi de be;
salvo che i mss. parigini 854 (I), con la sua copia (K),
e 22543 (E) escludono questi ultimi versi, e il Lauren-
ziano XLI, 42 (P) non dà nessuna tornada. Ad una
1 Celestino Cavedoni, Delle accoglienze e degli onori che
ebbero l trovatori 'provenzali alla corte dei Marchesi d- Este nel
secolo XIII, in 3Iemorie d. E. Accademia di Scienze, Lettere
ed Arti di Modena, t. II, Modena, 1858, p. 278.
2 Bartsoh, Grundriss d. prou. liti., nr. 10, 41 dell' indice; è
stampata inoltre da De Lollis, in Studj di filol. rom. iii, 417 (se-
condo A), Stengel, JBlumenlese der Chigiana, Marburg, 1878 p. 20
(F), in Heerig, Arch. far d. Stud. d. neur. Sprach., 49, p. 77
(P), da M. Pelaez, in Studj vii, 332 (e). La lezione inedita dei
codici parigini ho conosciuta io stesso per questo e per tutti gli
28 PER UN « DESCORT »
Beatrice manda la canz. Ades voi de Vaondansa ^ col
commiato:
Na Biatritz, nous sabria
tant lauzar cous covenria.
Nuovamente sta questo nome, senza d'Est, con quello
di Guglielmo Malaspina in Atressim pren cum fai al
jogador : ^
Na Biatritz, de lo ben quen vos es
fatz melhurar las autras ab lor bes;
ma nel ms. vaticano 5232 (A) questo secondo congedo
manca, e il primo manca invece ad K. Nella canzone
Longamen m' a trehalhat e malmes ^ è con più parole
lodata sola secondo i parigini 856 (C), 12474 (M), K,
l'Estense (D), e il Cheltenhamiano (N):
Na Biatritz d'Est, anc plus bella fior
del vostre temps non^ trobei, ni melhor ;
tant etz bona, e' on plus lauzar vos vuelh,
ades i trob plus de be qu' eu non suelh ;
ma secondo A, I, K, precederebbero due versi anche
per Guglielmo Malaspina, e il ms. parigino Giraud,
12472 (f), ha anzi soltanto questi due, senza i quattro
per Beatrice. Anche dopo del Malaspina è nella can-
zone Mantas vetz sui enquerits, ^ salvo che nei mss.
altri testi che si riferiranno in questo saggio. La lezione di D è
data dal Cavedoni, cit. che stampa quasi tutti questi commiati,
p. 279-81.
1 Bartsch, Grundr., 10, 2; e inoltre in Studj, cit., p. 434 (A).
2 Bartsch, cit., 10, 12, e Studj, III, 422 (A), e VII, 327 (e),
che legge na Biatris desi; Stengel, BlnmenL, 21 (F), Archiv,
49, 79 (P).
3 Bartsch, cit., 10, 33, e Studj, III, 419 (A), Bìumenì., 21 (F),
Archiv, 49, 60 (P).
* Bartsch, cit., 10, 31, e Studj, III 427 (A), VII, 324 (e).
4
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 29
E, e Lanrenziani XLI, 43 (U), XC, 26 (e), i quali hanno
soltanto la prima dedica:
Na Biatritz d'Est, l'enans
de vos mi platz ques'fai grans,
e' a vos lauzar si son pres tuich li bo,
per qu' ieu ab vos dauri mon vers chanso. ^
Nella canz. En amor trop alques en quem refraing ^
sarebbe unita invece con Corrado Malaspina secondo
A, e Toxfordiano, Douce 269 (S), certo anche secondo
D che legge Cora, e l'esemplare di I K, che portano
lo dreg covai Malaspina ; ma col solito Guglielmo se-
condo C, e sola invece secondo M R U e, ^ ma f manca
addirittura di commiato:
Na Biatritz d'Est, tant est fina e ferma
quel vostre sens nos camja nis desferma,
don vostre laus si melhura e s' aferma,
e puois mos chans e mos digz se referma.
La bella canzone dialogata Chantar vueilh — per
qe? — jam platz, contenuta soltanto in e, tutta in
lode di Beatrice d' Este, si chiude col suo nome solo : ^
1 La lezione di C Na heatritz deh enans evidentemente è
guasta ; in e manca d' JEst.
2 Bartsch, cit., 10 21, dove ai codici è da aggiungere il fio-
rentino palatino 776 F. 4, cfr. Stengel, Hiv. di filol. rom. I, 24
(J); e alle stampe, Studj, 111,4:^7 (A), VII, 335 (e), Blumenl,22 (F).
3 O. ScHULTZ-GoRA, Le epistole del trovatore Mambaldo di
Vaqueiras, trad. ital., p. 166, dice che il cod. M ha il commiato
a Corrado: ma stando a Mahn, Gedichte, nr. 1193, non c'è: del
resto egli cita solo i codd. M S.
^ Pubblicata da C. Appel, prima in Bevue des langues ro-
manes XXVIII, poi in Poésies provengales inedites tirées des ma-
nusòrits d'Italie, Paris-Leipzig, 1898, p. 33 sgg.; ed ora in Studj,
VII, 333 (e).
30 PER UN « DESCORT »
Na Beatrix, cui jois guia,
d'Est, q' es flors de las gensors,
e meiller de las meillors,
meillura tota dia.
Infine Amerigo la chiama arbitra in una tenzone
con Alberto, o messer Alberto, cioè Alberto di Sestaron,
per decidere se sia da preferire una donna che vi ac-
cordi i suoi piaceri senza amarvi, od una che non vi
dia nulla, ma vi ami: ^
N'Albertz, car es de beuta tz rais
na Biatritz d'Est, on pretz nais,
voill d'aquest plaig juge so ques coveingna;
mas eu ere ben que ma razon manteingna.
Dal canto suo Alberto si appella a madonna Emilia
di Kavenna, la moglie di Pietro Traversari.^
Secondo il codice vaticano 3208 (0) si troverebbero
insieme lodate Beatrice e Giovanna d' Este nella can-
zone CU qui s' irais e guerreya ah amor : ^
Na Zoana d' Est, za dir no sabria
tan de lauzor com a vos covenria;
car vos sabez los bens melz far c'om dir,
tals bens c'om deu sobr'altres bens grazir.
Na Biatrix, dels oilz del cor vos mir.
1 Baetsch, cit., 10, 3.
2 L. Selbach, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen
LyriJc, Marburg, Elwert, 1886, crede che la nostra Beatrice sia
chiamata giudice anche nella tenzone di Gui d' Uisel, N' Elias,
de vos voill auzir (Grundr. 194, 18), sorta invece alla corte di
Maria di Ventadorn.
3 Bartsch, 10, 15; è anche nel cod. J, e stampata inoltre in
Studj, III, 421 (A), VII, 328 (e), Archiv, 49, 80 (P), e secondo O da
De Lollis, Il canzoniere provenzale O, Roma 1886 (estr. dagli
Atti dell' Accad. d. Lincei), p. 18, con rigorosa trascrizione diplo-
matica. Nel cod. K questa canzone è tra le segnate. Eingrazio
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 31
Chi ricorda che questa canzone si volge nell'ultima
stanza a Federico II, bon emperador, non stimerà
piccola r importanza della lezione fornitaci da 0, igno-
ta a tutti gli altri manoscritti : ne risulterebbe che
Giovanna e Beatrice potevano esser celebrate insieme
dopo il 22 novembre del 1220, nel quale Federico fu
coronato, e quando Latin e Aleman, Italiani e Tede-
schi, lo riconoscevano per loro sovrano.^ Senonché quel
codice non è una fonte molto limpida, ^ e proprio di
questa poesia ci dà una redazione difettosa, con inver-
sione delle strofe IV e v e mancanza della vi, in luogo
della quale ha la tornada riferita. I codici si fermano
generalmente alla vi ; ma un' altra eccezione fanno
E e f , che hanno la tornada, di differente, lezione, e
senza il nome di nessuna donna. Il primo legge:
Bona domna, la genser etz que sia:
vas vos azor e soplej nueg e dia:
jamais de vos no me volria partir
quen tot lo mon nom pogra miels chausir;
ma il secondo, di mano diversa e posteriore rispetto
alla canzone:
Bona donna, quim ^ tenetz en baillia,
sitot nom vai la vostra senhoria,
de vos amar nom tuelh nim voi giquir,
car sai que mielhs non poiria chausir.
gli amici prof. M. Scherillo, per avermi fornita la lezione del cod.
Ambrosiano (G), e G. L. Passerini per quella del Laurenziano (e,
prima che venisse la pubblicazione del Pelaez) e del Palatino (J).
1 Cfr. DiEz, Leh. u. Werke 2% 440.
2 Cfr. la prefazione del De Lollis, pag. 4 seg., che cita anche
la testimonianza del Bartsch in Jahrbuch. f. rom. u. engl. Phiì.
XI, 24.
3 II cod. legge qui.
32 PER UN « DESCORT »
Non è il primo caso di strofe spurie aggiunte ad una
poesia di trovatore celebre-; e questa canzone pare che
fosse anche presa di mira, per forti alterazioni nelle
strofe medesime. Io credo che dopo la vi non doveva
esservi più nulla, e che tutte le aggiunte sieno false.
Ma vi è anche un bel compianto funebre di Ame-
rigo per una contessa Beatrice, della cui morte egli
fu molto afflitto, non meno di quello che esprimesse
per la morte di Azzo VI di Este e del conte di San
Bonifacio nel 1212, e di Guglielmo Malaspina nel 1220.
Il poeta sfogò il dolore acerbo in cinque stanze lim-
pide e facili, che sembrano scritte tutte di un tratto,
e di cui riferiremo la prima :
De tot en tot es ar de mi partitz
aquelh eis jois que m'era remaziitz.
Sabetz per que sui aissi esperdutz:
per la bona comtessa Beatritz;
per la gensor e per la plus valea
qu' es mort' : oi Dieus quan estranh partimen,
tan fer, tan dur, don ai tal dol ab me,
qu' ab pauc lo cor nom part quan men seve. ^
II
La varietà dei manoscritti nei commiati, quando
non vi sieno evidenti segni di interpolazioni, come per
^ Bartsch, cit., 10, 22. — La lezione di questa stanza è se-
condo i mss. GIR; notisi la differenza della lezione del v. 6 ri-
spetto a quella di Raynouard, Choix, III, 428, e Mahn, Werke, II,
159, che leggono qu' es morf uei: farebbe piacere che il compianto
fosse scritto lo stesso giorno della morte di Beatrice, e uei natu-
ralmente tradusse il Galvani, che stampò anche tutto il com-
pianto in Fiore di Stor. ìetter. e cavali., Milano, 1845, p. 345 ; ma
bisogna rinunziarvi.
DT AMERIGO DI PEGUGLIANO 33
la caiiz. CU qui s'irais, non deriva certo da diversità
tradizionale, per dir cosi: poiclié non si tratta di un
nome sostituito ad un altro, ma di due commiati cor-
rispondenti perfettamente allo schema della stanza, il
codice che ne riporta uno solo, è da considerar mutilo
0 imperfetto rispetto a quello che li ha tutt' e due. Ma
per la canz. En amor trop la cosa sta diversamente,
perché alcuni manoscritti hanno Conrat, o una forma
affine, altro al suo posto Guillenif E poiché non si
trova nessuna poesia nella quale Amerigo si rivolga a
Corrado, è molto dubbio che si debba preferire questo
nome all'altro, datoci da un codice eccellente; e ca-
drebbe cosi la sapposizione del Cavedoni, seguito dallo
Schultz-Gora, che Beatrice fosse una volta celebrata con
Corrado. Ella si trova dunque accanto a Guglielmo:
e nella canzone Atressim pren, sebbene non sia detta
d'Est (tranne che in un codice), non si può dubitare
che sia anche lei, perché sta con lo stesso personaggio.
Dicono le Leys d' amor che delle due tornate l'una si
suol riferire al senhal, la seconda alla persona cui è
dedicata la poesia: ma né Guglielmo Malaspina, né
Beatrice d'Este possono essere un senhal, ed è quasi
costante il fatto che il nome di quest' ultima sta nella
seconda tornata. Quale sia la ragione del trovarsi in-
sieme questi due nomi, non è chiaro : pare che Amerigo
fosse particolarmente grato ed affezionato ad entrambi,
e lodando Beatrice volesse onorare anche il marchese
che r aveva accolto e protetto, come farebbe supporre
la canzone Mantas vetz che il poeta manda verso Ma-
laspina, vas Malaspina al prò Gtiillem, mentre si ri-
volge direttamente a Beatrice come se le stesse vicino :
d' altra parte il compianto per la morte di Guglielmo,-
Ara par ben que valors se desfai, ci dà certezza, str. v,
che nel 1220 Amerigo fosse alla sua corte:
ZlNGARELLl 3
34 PER UN « DESCOKT »
Bels seigner, cars, valeus, e que farai?
ni cnm puosc sai ses vos vius reraaner?
quem sabiatz tant dir e far plazer
c'autre plazers contrai vostrem despiai;
que tals per vos m' onrava e m' acuillia
que m' er estrains cum si vist no m' avia.... ^
Il Cavedoni suppose che Amerigo si adoperasse a far
stringere un parentado tra le nobili case degli Estensi
e dei Malaspina, decantando a Guglielmo i pregi di
Beatrice; e accennò^ che nella biografìa di Rambaldo
di Vaqueiras dovesse sospettarsi qualche cosa di si-
mile dove è detto che il trovatore procurò molti amici a
Beatrice di Monferrato : « e mot la mes en pretz e
mains amics li gazanhet e maintas amigas ». Ma che
razza di paraninfo sarebbe stato Rambaldo! Niente
di più facile, di certo, che i trovatori servissero qualche
volta anche nelle trattative di matrimonio, ma la sup-
posizione dell'eccellente canonico non è verosimile, per-
ché bisognerebbe ammettere pure che Beatrice d'Esto
avesse bisogno di esser soverchiamente decantata, e
raccomandata al Marchese in una maniera troppo gros-
solana. Beatrice d' Este, si sa da un bel pezzo, era
una vera protettrice della poesia provenzale, perché
fu celebrata anche da Rambertino de Buvalel e da
Guglielmo de la Tor: si spiega benissimo dunque per-
ché Amerigo faccia frequente menzione di lei ; e per la
medesima ragione celebrò Guglielmo, lodato anche
dall'incerto autore della canz. Non es savis ni gaire
1 II serventese contro i giullari, Li foì eil put eil filhol è
scritto certamente nella corte dei Malaspina, per ciò che è detto
nella str. V; ma forse quando Guglielmo era già morto, e Sordello
si era fatta una riputazione.
2 Cavedoni, cit. 286 n.
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 35
len apres (242, 50), e da Alberto di Sestaron, Ab joi
comensi ma cJianso.^
Qui bisogna ricordare la canzone di Amerigo Per
raso naturai, ^ dove mi pare che si alluda insieme a
Beatrice ed a Guglielmo senza nominarli. Dopo quat-
tro stanze di carattere didascalico e sentenzioso, il
poeta finisce la poesia cosi:
Una dona lei al
sai ieu qu* es de Plazensa,
mas estai en Valensa
per mielhs gardar Sanh Fior
5 e Mirabel, que te,
e Cortezon; per que
gazanha Beniven,
e Beljoc franchamen;
e ten Garda e Verona mandan,
Varianti. 1 dompna A B, donna D I M U e ; leyal C, lials I,
Hai R. — 2 €t« A B D E I U e, yeu R; g-esABDMRUc; pla-
zenssa A B, plaieensa D, plasenea I, desplagensa JJ, plagensa e. —
3 ei A B D R, e^ M ; estay R, està U e ; a E ; uaìenssa A B, uaìenza
I U. 4 mieills A, mieils B, meill D, meils E, miells M, mei U,; mels
e guardar U e ; sain A B, sanflor M N I U e, sa fior D, honor E —
5 en D, mirabelh C, mirabels R; g'e M U e — 6 que corteson B, corte-
son A, cortezo C, cori e son D, cortegon e ; gè M U e. — 7 gasaigna
AB; gazaingna D, guazaingna I, guazanha E, gasainha M, gJia-
sagna U, gaganga e. benauen C, beneuen U, &ew awen I R e, &e
ave D. 8 bel luec E, beliuc U, &eZ ^<^c e, feeZ nies M ; eysamen R.
— 9 e< ew B, e^ ten R, eien I ; guarda E, U : ew garda R ; ei U e ;
eia rona D, e^ en uirona man R, ueronna M;
1 O. ScHULTZ-GoRA, EpistoU di B. d. F., p. 165.
« Bartsch, 10, 40; stampata inoltre in Studj, III, 341 (A),
VII, 239 (e). Blu meni., 23 (F).
36 PER UN « DESCORT »
10 es batejet lo jorn de Saint Johan.
Qui ques crotle ni estia entrenan,
12 Malespina està ferms entretan.
La lezione di questi versi è ristabilita secondo il
ms. C, con l'aiuto di nove altri codici, ABEDIMEUc;
e ne risulta che è un elogio formato tutto con nomi
locali: Piacenza, Valenza, San Fior (probabilmente
San Fior di Sopra, nella provincia di Treviso, presso
Conegliano, e non San Fiorano nel circondario di Lodi,
0 il catanzarese San Floro); Mirabello (quel di Pavia
ovvero l' altro di Monferrato, per tacere di altri luoghi
del Mezzodì); Cortezon (cioè Cortazzone, nel circon-
dario di Asti, mandamento di Montafìa), Benevento,
Beljoc (Beaujeu, nelle Basse Alpi, arrondiss. de Digne,
probabilmente patria del Kaimbaut che scrisse il ser-
ventese Au Paìre ni' er lo conort; e un altro Beaujeu
tra Macon e Villefranche); Garda, Verona: senza che al-
cuno di questi sia allusivo a raj)porti reali con la dama.
Quando il poeta dice che guadagna Benevento, e tiene
Garda, e comanda in Verona, non bisogna credere che
ella possedesse queste città : come quando il buon pre-
dicatore rimproverava ai suoi uditori perché andavano
tutti a Piacenza e nessuno a Verona, non voleva dire
che vi andassero davvero ! E cosi dove il poeta dice
che la sua dama si battezzò il di di san Giovanni bi-
le ois A, eis B, e E; bateiet A B e, hateyet C, hateget D E M R,
baie get I, òatteiet U ; el nom R ; sain A B, san I R M U e ; sani
C ; ioan A B D E R U e. — 11 ^f M; qeis A, qes M U e, ; corle A B,
crolle I M, croie D, croil U, crod le e. estenc A, esten B D, estei
EM, estec I, estai e, qi qes nan U.' — 12 lobon marques U Ma-
1 aspina e; estai E D, estay M; ferm A B D I M U, m ferm e; en-
trenan A, en Vestan C D R e, en estan EMI, alestan U. — Il v. 9
va inteso « e tiene Garda comandando in Verona ».
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 37
sognerà intendere un' allusione a joja, gioia, se non
a quello speciale significato di ' grazioso ' che annet-
tevano gli ecclesiastici e teologi, e Dante stesso, al
nome di Giovanni. E cosi si scuote la congettura del
Cavedoni, seguito da 0. Schultz-Gora, che Amerigo al-
ludesse qui a Giovanna d'Este, da lui cantata certa-
mente nella canzone D'aisso don ìiom a longamen} Se
avesse conosciuto la lezione di E:
es bateget el nom de san joan
il Cavedoni avrebbe segnalata una preziosa conferma
alla sua ipotesi, ma anche dovuto transigere sui molti
errori che ha questo testo nel rimanente della poesia, e
proprio in questi versi : paleograficamente si spiega
benissimo come iorn si sia letto ioni, e quindi mutato
in nom, ma non cosi il contrario. Devono esservi altri
esempi di lodi conteste in questa maniera : uno ce lo
dà anzi Peire Yidal nella canzone Tant an bel dig del
marques, str. v:
que fag e dig e parvensa
a de Monbel e d'Argensa,
e de Monrozier color,
e sa cambra es de Valflor;
ma il Bartsch, Peire Vidal, LIY, vide soltanto alle-
goria, e non ricordò che Argensa è località ben nota
sulla riva del Sodano,^ come aveva ricordato che Mon-
1 Cavedoni cit. 302 sg., Schultz-Gora, Le epistole, p. 166.
— Privo affatto di interesse è l'opuscolo di G. Sartori Borotto,
Trovatori provenzali alla corte dei Marchesi in JEste^ Este, 1889.
2 Cfr. il saggio precedente, p. 20; e lo Schultz-Gora ha in-
dicate in Archiv, 93, 130 qnattro poesie con la menzione di Ar-
gensa, ma non questa. — Cosi nel nome Proensa si vedeva il
prcs. Di simili giuochi si trovano nei nostri poeti burleschi, e an-
che nei proverbi: cfr. uno antico pubbl. da F. Notati, Giorn.
Stor. XVIII, 129.
38 PER UN « DESCORT »
hel (Montebello) è nel marchesato di Monferrato. Mon -
rozier potrà essere benissimo il Monte Eosa, e Yalflor
non sarà difficile pescarlo in qualche Vallefiorita o
Vauxfleury e simili. Non essendo dunque da vedere
l'esplicita allusione a Giovanna d'Este, si dovrà pen-
sare più facilmente alla celebrata Beatrice ; e nei versi
seguenti a Guglielmo : del resto Giovanna, maritata ad
Azzo Yll nel 1221, non sarebbe mai potuta star con
Guglielmo, morto il 1220. Le parole relative al Mala-
spina: — Chiunque si crolli (si muova cioè dal diritto),
e si metta innanzi, Malaspina sta fermo frattanto, —
ci richiamano addirittura le lodi del nostro Alighieri
appunto alla casa Malaspina (Purg. viii, 131-2):
clie perché il capo reo lo mondo torca
sola va dritta e il mal cammin dispregia.
Kestano ora la canzone Ades voi de V aondansa,
il pìanh e la nostra poesia Qui la ve en ditz, per le
quali, dopo tutto quel che s' è detto, sorge naturale
la persuasione che anche la Beatrice di questi com-
ponimenti sia l'estense. La prima veramente ha dei
concetti molto generici, in una forma artificiosa e sot-
tile : il poeta soffre volentieri, contento della sua follia
e del suo affanno, perché non vi è amore senza follia
ed affanno, né si raggiunge onore senza soffrire: sic-
ché più di qualsiasi argomento intrinseco vale a suo
favore l'improbabilità che solo essa non fosse scritta
per Beatrice d'Este.
Nessuno che si sia occupato dell'argomento, ha
mai voluto riconoscere che il compianto si riferisse a
quella gentildonna. Il Diez si arrischiò a supporre che
questa Beatrice fosse la contessa di Provenza , mo-
glie di Carlo d'Angiò, morta nel 1269 regina di Puglia
e Sicilia: ma, a parte tutte le considerazioni che si
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 39
oppongono facilmente a questa ipotesi, quel compianto,
com' è stato già osservato, è nella prima parte del
codice Estense, finita di scrivere il 1254, e non può
essere posteriore a quest'anno. Lo stesso si dica per
l'ipotesi, già per altri rispetti inaccettabile, del Papon,
seguito dal Galvani, e, in tempi più vicini, dal Desi-
moni, che fosse pianta la figlia di Tommaso I di Sa-
voia, sposa celebrata di Raimondo Berengario IV conte
di Provenza, e madre di quattro regine, tra cui la
precedente Beatrice: ella mori il 1266, sopravvivendo
di 21 anno al marito. Anche al Cavedoni la cosa parve
improbabile, e pensò invece alla moglie di Tommaso I,
nonna della prima di questa nostra rassegna, perché
gli occorreva trovare una comtessa ad ogni costo: ma
quando mori, e fu mai Amerigo in relazione con la
sua corte? Tuttavia il Cavedoni ha ragione di rimpro-
verare al David l'invenzione di una Beatrice d'Este
moglie di Guglielmo Malaspina e morta poco dopo di
lui: che codesto si chiama fabbricarsi la storia se-
condo il piacer proprio. Più oltre vedremo anche
r ipotesi del Gròber ; ma intanto occorre di accertarci
un po' meglio del limite estremo che si assegna alla
attività poetica di Amerigo di Pegugliano. ^
Si afferma generalmente che egli abbia composto
il canto Ah marrimens angoissos et ab plor, per la
morte del conte di Provenza Raimondo Berengario IV,
avvenuta il 1245, e per la seguita invasione di Luigi IX
in Provenza, col matrimonio di Carlo d'Angiò e Bea-
trice, nel gennaio del 1246; ma un attento esame ci
1 DiEz, Leben u. Werke^, p. 357. — F afon, Histoire de Pro-
vence, II, 316 Galvani, Fiore di stor. leti, e cavali., 343; Desi-
3I0NI, in Giornale ligustico, V, 258. — Cavedoni, Delle accoglien-
ze ecc., 287. — E. David, in Histoire litte'r. de la France, XVIII
(1835), p. 691.
40 PER UN « DESCORT »
persuade che non è suo per molte ragioni : V non ha
l'espressione facile, viva, piana delle altre sue poesie,
e si ripete talvolta goffamente; 2^ è scorretto nella lin-
gua, oltre che ben lungi dall' eleganza solita di Ame-
rigo ; 3° lo schema ahah haah, non strano in verità, ^
pur non si riscontra in nessuno dei suoi componimenti ;
i"* la rima cambia ogni gruppo di tre strofe, sicché vi
sono due sistemi di rime, e le eohlas ternas (Leys
d' amor I, 268), già rarissime nella poesia provenzale,
non si trovano mai in Amerigo; vi è d'altronde una
insolita frequenza di parole-rime; 5^ parole nuove e
strane, come desconordan^a, helanza ; 6° le scorrezioni
metriche del testo non possono tutte derivare dal co-
pista, ma rimontano all'originale; 7° si trova nel pe-
nultimo foglio del solo ms. I (donde in K) f. 198, prima
dell'altra poesia, f. 199, attribuita ingiustamente ad
Amerigo, ^ cioè il planh per la morte di Manfredi
Tota Jionors e tug faich ben estan, laddove questo ms.
contiene le poesie di Amerigo tutte tra il f. 50 e il 60 ;
8° Amerigo esprimerebbe qui sentimenti cosi pedestre-
mente pii che non espresse mai : anzi la biografia dice
di lui che mori eretico.
Ma gioverà mettere sott' occhio del lettore il testo
di questo compianto, cosi frequentemente citato come
testimonio dello sdegno provenzale, quasi un'elegia
per la fine della Provenza.^ È vero che esso, per que-
1 F. W. Maus, Peire Cardenaìs Strophenbau in seinem Ver-
hàltniss zu dem anderer Trobadors, Marburg, Elwert, 1884, ahnang,
nr. 280.
2 Grundr. 461, 234, starap. in Mahn, Gediehte, nr. 1165 (IV, 46,
perché quel numero è ripetuto).
3 Cfr. Springek, Das altprovenzalische Klafjeìied, Berlin,
1895, p. 71. Un lungo discorso vi aveva fatto sii E. David, Hi-
stoire littér. de la France xviii, 693, e v. anche Diez, Leb. ìind
Werke, 2% 356 sg\, che ne traduce un brano in prosa.
DI AMEEIGO DI PEGUGLIANO 41
sto spirito profondamente presago, si adatterebbe assai
meglio ad un poeta abile e intelligente quale Amerigo,
ma potrebb' essere ugualmente, e ve ne sono molti in-
dizi, lo sfogo di un rimatore borghese; né i componi-
menti che abbiamo sui fatti del 1245 sono di trovatori
famosi !
Mahn, Gedichte, n. 557 (voi. II, p. 183).
Ab marrimenz angoissos et ab plor
viu mal mon grat, pus mort noni deing aussire:
tan mi vai mal que vidam fai paor
4 e de mort son tuit mei major desire,
pos r onratz comtz, ai can grieu m'es a dire,
de Proenza es mortz, ai tal dolor;
ai las qal perda, vas tan bon seingnor
8 ai perdut, mai non viuro sens consire.
Oimais viuran Proensals a dolor
car de valen seingner tornen en sire,
12 vida non li er en queus mire.
Deus, que deingnet per iios soffrir martire
2. E da correggere mortz.
7. vas sarà mai car?
8. viuro è puro italiano. Corr. viurai.
9. Corr. Proensal. In rima dolor è anche a v. 4, 14; e allo
stesso modo martire in v. 13, 21; dousor^ v. 15, 23; asire, v. 16, 24.
10. Corr. seingnor. Lo Springer, AUprov. Klag. ricorda op-
portunamente il serventese di Bernart Sicard de Marvejol, Ah
greu consire, che dice con amarezza: aug la corteza gen que cri-
don-. « Sire!» Tuttavia è strana la frase tornar en sire.
12. Il luogo è tutto guasto, perché oltre a mancare il v. 11,
questo è monco.
13- corr. deingnet^.
42 PER UN « DE SCORI »
suz eu la crotz ab penas et ab dolor,
vos, bel seingners, per vostra gran dousor,
16 l'arma del comte ab vos deingnes asire.
Ano negus homs non ac tan gran valor,
que son poder, son sen e son albire
avia nies tot en far sa amor
20 retenen Deu, de eui era servire,
e Dieus qui volo per nos soffrir martire
sutz en la crotz ab penas et ab tristor,
deingne l'arma per sa sainta douzor
24 del prò comte ab sos angles azire.
Anc negun hom non vi frevol ni fort
miels degues homs aver ferm' esperanza
que si' ab Deu, car anc no mantenc tort,
28 ni frais sa fé, anz tene dreitz la belanza
de beutat, on totz bon pretz s'enanza,
de perdonar, dun ve l'arma a bon port:
dels autres aibs non cai qu' eu lo recort,
32 car sobre totz len portet Deu onranza.
14. C'è una sillaba di più: corr. ab penas e dolor.
15. Corr. seingner.
20. E una frase tolta alla poesia amorosa. Cfr. Arnaut de
Maruoill, sapcha JDieu retener, Raynouard, v, 340.
21-24. Identici quasi nel pensiero e nelle parole con i vv. 13-
16; e anche nelle rime!
22. Una sillaba di più come nel v. 14; va soppresso anche
qui il secondo ah.
26. E una costruzione contorta : forse homs non è genuino.
27. Il cod. legge nom alene.
28. Corr. dreit la belanea. Certo è più etimologico belanza (bi-
lanx, propriam. bilancea) ma non conosco altro esempio.
29. Corr. bos.
32. Non mi riesce chiaro len né Ven\ il cod. scrive lenportet.
DI AMEKIGO DI PEGUGLIANO 43
Ai Proensals, eran grieu descornort
es remangut, et en cai desonranza :
perdutz avetz solatz jeuc e deport,
36 e gang e ris, honor et alegranza,
et es vengut en ma de cel de Franza;
meils vos vengra que fossiet del tot mort,
e cel per cui pogratz esser estort,
40 Don trob en vos leutat ne fianza.
Mort es lo coms, et ai ferm' esperanza
que si 'ab Dieu a gang et a deport,
e Proenzal viuran a pieg de mort,
44 ab marrimen et ab desconordanza.
33-48. Sono riportati dal Galvani, Fiore di stor. e leti., 408
sgg., e tradotti, ma aggruppati in strofe tetrastiche! Indicheremo
con G la sua lezione. — Eran, era' n, ora in.
34. ez remangutz; gran desonr ansa G, e cosi ha sempre -nsa
in rima.
3b. joc G; la forma del ms. è un gallicismo: forse era, juec
in origine.
37. e^ venguU G. Il Galvani annota giustamente che cel de
Fransa è Carlo d'Angiò; cfr. anche Springek, Altpr. Klagel., 71.
39. Il Diez, il Galvani e lo Springer (che pare non conoscesse
il suo predecessore italiano) rilevano che si accenni a Raimondo VII
di Tolosa, deluso nelle sperate nozze con Beatrice figlia del si-
gnore compianto.
40. lealtat G; la lez. del ms. è scorretta; ni G.
41. Corr. Morz.
42. deu G.
43. proensal vivran a piegz G. — La stessa l)arola — rima al
V. 38. Altri mot tornai in questo secondo gruppo di strofe: espe-
ranza V. 26, 41; tort 27, 47: onranza 32, 45; deport 35, 42; mort 38,
43, e mi pare che basti!
44. desconordanza è un àna^ Àsyójusvovj notevole anche per-
ché non si trova, per quanto io sappia, il semplice conordanza, che
ad ogni modo dovrebbero essere desconortanza e conortanza, per la
posizione del t di conort, etimol. (cfr. conortar, conortamen ecc.).
44 PER UN « DESCORT »
Ai mais astrucs, de seingnel e d'onranza,
queus faran mai villa ni Castel fort,
s'est dels Frances? que per dreg ni per tort
48 no auserez portar escut ni lanza.
Tornando ora al nostro compianto per la comtessa,
non so donde ricavasse il Casini che si trattasse in-
vece proprio di Beatrice di Monferrato : ^ certo non ri-
sulta da nessun indizio, né lo Schultz-Gora tien conto
di questa notizia, pur ricordando le poesie nelle quali
Amerigo si riferisce al marchese Guglielmo lY. Né si
sa che Amerigo si fosse mai rivolto a lei: cosicché la
cosa più semplice è che egli pianse la morte di co-
lei che aveva celebrata in vita, e da cui realmente
aveva ottenuto protezione ed asilo. Amerigo in quel
lamento mostra di aver già sperimentato i dolori del
mondo quando dice di aver perduto la gioia che gli
era rimasta; la morte della dama gli dà uno schianto
fortissimo. Lasciamo stare le lodi identiche a quelle
che egli fa altra volta, come il cors gen noiritz (cfr.
Qui la uè, v. 5), ripetuto anche nell' ultima stanza,
V aculhir de ben siatz vengutz (cfr. Beniven in Per
razo naturai), il parlars fis e il respondre (cfr. Qui
la uè, vv. 19 sgg. e 40) e Vesguars (ib., 9), e sos on-
rars plus onrats d' onramen, in tutto simile a Vonrat^
45. malastrucs G; seigneur G, erroneo. Ma anche la lezione
del cod. sembra un gallicismo per seingnal, bandiera, insegna.
46. mais G. Ma villa dev' esser villas, anzi vilas.
47. s'et^ G. Il Galv. pone l'interrogativo in ultimo.
48. auserete G. E si noti che la forma più regolare sarebbe
ausaretz, né so che altra poesia di Amerigo abbia quella forma
di futuro.
1 Propugnatore XII, parte 2^ (1879) p. 96.
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 45
onrars-pars, qu' es autz plus e' onors sors,e P esserci
tutti i buoni costumi in lei, e cosi via. Ora che un
poeta provetto come Amerigo non trovasse altro modo
di lodare donne diverse che ripetendosi letteralmente,
è cosa incredibile, quantunque si sappia quanti luo-
ghi comuni sieno nell'antica poesia provenzale.
La ragione principale per cui i critici non hanno
riferito il compianto di Amerigo alla morte di Bea-
trice di Este sta sicuramente nella persuasione che
costei nel 1226 mori suora nel monastero di Gemmola,
circondata dell'aureola di beata. Ma noi siamo lontani
dalla piena certezza nel rispetto della identificazione
di questa gentildonna. G. M. Barbieri nel secolo xvi
lasciò scritto che la Beatrice lodata da Amerigo fosse
la figliuola del marchese Aldobrandino, una nipote di
Azzo VI, la quale sposò nel 1234 Andrea re d'Unghe-
ria, e Fanno seguente, alla morte di costui, tornò in
Ferrara, e vissuta qualche tempo in corte, si chiuse
poi in un monastero e vi mori nel 1245. Il Muratori e
il Tiraboschi sospettarono che fosse invece la figliuola
di Azzo VI, morta, come s'è detto, nel 1226, e nata
non so quando, forse da Sofia di Savoia, moglie di
Azzo già nel 1191, o, secondo altri, da Leonora, prima
moglie del marchese. Il Cavedoni facendo una persona
sola della Beatrice d'Este cantata dal Buvalel e di
quella di Amerigo, sostenne risolutamente che fosse
la figliuola di Azzo VI. Anche 0. Schultz crede in-
dubitabile l'affermazione del Cavedoni,^ e poiché que-
sta Beatrice in documenti del 1216 e '17 non è in-
dicata come suora, sembra che non prima del 1218
lasciasse le gioie del mondo per entrare in convento.
1 O. Schultz, Die Lehensverhàltnisse der italienischen Trou-
badourSj in Zeitschrift fiir romanische Philoìogie, VII, 200.
46 PER UN « DESCORT »
Dicono che fu mira pulchritudine corporis, e il suo
antico biografo assicura che passò la giovinezza nelle
gare e nei favori del secolo, nelle delizie della carne,
in ornamenti e vanità, salva tamen et integritate cor-
poris sui et intacto pudicitiae et virginitatis sigillo,
che aspettò di essere libera della sua volontà per pren-
dere la pia decisione, e che per riuscire nell'intento
non disse mai nulla ai seculares amici et clientuli et
domestici curiae. Dall'altra parte, alla vcaova Beatrice
non bisogna pensare, perché era troppo giovine per
trovarsi nelle poesie di Amerigo celebrata col mar-
chese Malaspina, che mori nel 1220; e se il Grober,
seguito da qualche altro, vuole che per co'-^t^^i Amerigo
scrivesse il compianto, sta anche per lei la difficoltà che
mori in convento; oltre a quella dell'anno 1245 nel
quale ella mori, troppo inoltrato per la vita del nostro
poeta. ^ Ma decisa cosi la quistione, possiamo dirci
per ogni rispetto tranquilli?
Per far tacere gli scrupoli che sorgevano innanzi
alla rivelazione che Beatrice di Monferrato fosse amata
e celebrata da Eambaldo di Vaqueiras mentre era
ancora donzella, e non donna, 0. Schultz ricordò il
caso della nostra Beatrice d' Este : eppure anche costei
avrebbe bisogno di appoggio. Insomma questi due casi
tipici dell'amore poetico per fanciulle non sono indi-
scutibili : accanto alla stranezza della cosa, rimane la
incertezza della identificazione storica. Che anche am-
messo che una donzella divenisse protettrice di poeti
1 G. Geober, Die provenzal. Liedersammlungen, nei Roma-
nische Studien di Bohmek, II (1877), 371; e Springer, Das Altprov.
Klagel., 58 sg., che in generale hanno appena prelibato T argo-
mento ; e lo stesso dicasi del Maus Peire Cardenals Strophenbau,
p. 19.
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 47
d'amore e coltivatrice di galanterie, dove erano signore
a cui tali ufficii si adattavano meglio, resta sempre
strano che a lei si conferisse l' arbitraggio in una
quistione cosi scabrosa come era quella agitata tra
Amerigo di Pegugliano e Alberto di Sestaron, se fosse
meglio godere i favori amorosi di una dama, senza
esserne amato, o essere amato senza goderne i favori.
In quelle poesie amorose non si tratta sempre di va-
ghi desiderii, di gentili aspirazioni, ma si fa, per
esempio, il paragone tra la felicità che procurerebbe
al poeta il sorriso della dama e quella, molto minore,
che egli godrebbe nelle braccia di un' altra. Tutto
ciò ripugna ai nostri costumi, e pare che ripugnasse
anche a quelli delle famiglie italiane del Dugento.
Sta in fatto che neanche la tradizione occitanica por-
geva esempio di amore di donzelle. Il biografo antico,
qualche cronista, il Brunacci, ci sono mallevadori della
vita pomposa della giovinetta, tra le delizie della
corte ;^ ma codesto racconto si ripete cosi frequente-
mente per ogni santa donna o sant' uomo che qualche
volta sarà pure un po' caricato o artificioso. D' al-
tronde non si sa bene se la beata Beatrice avesse sin
da bambina nutrita la vocazione alla vita religiosa,
per cui aspettasse il momento opportuno di lasciar
la corte e chiudersi in convento, ovvero se fosse in un
certo tempo sazia delle feste e delle cerimonie e pen-
tita si rendesse monaca. La prima ipotesi risulterebbe
dalle parole del biografo, e contrasterebbe col grande.
1 V. le indicazioni di queste fonti ap. Cavedoni, 1. e, 284, e
particolarmente Beunacci, Della Beata Beatrice d' Este Vita an-
tichissima ora per la prima volta pubblicata con dissertazioni,
Padova, 1767, p. 61.
48 PER UN « DESCORT »
effettivo, costante interesse che ella ebbe a favorire
la poesia e i poeti.
Si aggiunge infine un'altra considerazione. Abbiamo
veduto nella tenzone tra Amerigo e il Sestaron scelta
come arbitra anche Emilia di Ravenna : lo stesso Ame-
rigo celebrò questa gentildonna, la quale, come si sa,
era maritata con Pietro Traversari, e pare certo che
morisse nel 1225. E nuovamente queste due signore
troviamo celebrate l'una accanto all'altra nella nota
rassegna che colla graziosa invenzione della treva ci
lasciò Guglielmo de la Tor:^
Na Biatritz i ven d'Est cui fìns prez capdella
del marqueset d'Est moiller on valor renovella,
e de Ravenna i ven n' Esmilla cui apella
fìs pretz.
Il secondo emistichio del secondo verso è un con-
ciero del Suchier, perché il codice legge: apres on
valors revella; ma il primo emistichio è chiaro ed è
apposizione a Na Biatritz che viene da Este, o d'Este
che viene: né può essere altra persona che la nostra
Beatrice d'Este, perché la seconda di questo nome, la
figlia di Aldobrandino, maritata nel 1234, era troppo
giovine per stare insieme con Emilia di Ravenna e
con le altre signore della treva, la quale, come pare
allo Schultz-Gora, può spingersi al limite estremo del
1230, quando la Caracosa nominata nel v. 21 doveva
essere ben avanti negli anni, essendo già nel 1211
moglie di Alberto marchese di Gavi; ma se è certo
1 H. Suchier, DenJcmàler provenzaìiseher Literatur und Spra-
cJie, I, Halle, 1S83, p. 323, donde poi Casini, Giorn. Stor. d. leti.,
II, 401 ; Monaci, Testi antichi provenzali, col. 86 sg. ; Crescint,
Manualetto provenzale, p. 134.
DI AMEKIGO DI PEGUGLIANO 49
che Emilia morisse nel 1225, non dovrebbe andare ol-
tre questo termine. ^ Insomma la Beatrice della treva
è la stessa di Eambertino Buvarel e di Amerigo di
Pegugliano; e ci troviamo cosi innanzi a una notizia
che sconcerta tutti quanti: era dunque moglie del mar-
chese d' Este, anzi del marqueset , cioè del giovine
Azzo VII, nato appena nel 1206 ?'2 È ignoto a storici
e genealogisti che esistesse una Beatrice, moglie di
un marchese d'Este, prima che nel 1304 la figliuola di
Carlo II d'Angiò sposasse Azzo Vili.
Da tutto ciò risulta che la materia è ancora da
studiare e da esplorare, e che non dobbiamo costrin-
gerla nei pochi dati che i documenti sìnora conosciuti
ci offrono.
Ili
Il componimento Qui la ve en dltz si riferisce an-
che a Beatrice d'Este, perché ha una notevole corri-
spondenza di concetti e parole con la canzone Per
solata cV autrui cliant soven, la quale è indirizzata a
i A. Restoki, Per un serventese di Guglielmo de la Toì\ in
Rendiconti del R. Istituto Lombardo, ser. II, t. XXV (1892), p.
318 arguirebbe « da molti indizi tenui ma insieme congruenti »
che la treva fosse scritta tra il 1225 e il 1235 e forse più presso
alla prima data che alla seconda»; ma pare che non se ne sia
occupato di molto proposito.
• Lo ScHULTz-GoRA, Le Epistole, 170 n., suppone, dal gua-
sto del secondo verso, che vi si alludesse a Giovanna, prima mo-
glie di Azzo Vii, sposata, come s' è già accennato, nel 1221, morta
nel 1233 ; ma cosi come sta queir emistichio la cosa è ben difficile.
ZlXGARKLT.I 1
50 PER UN « DESCORT »
lei, in compagnia del Malaspina. ^ Il poeta in quest'ul-
tima si duole di non ottenere corrispondenza dalla sua
donna, che ama ses cor vaire,. anche qui è desamatz
amaire, e vuole di lei Ventendemen piuttosto che altra
lo haises, non conosce nessuna che nieilìs disses e
meills respondeSy ciascuno è di lei lodatore, ed ella
è del mon la bellaire ; onde egli invoca soltanto merce.
e dopo aver profusa tutta una stanza in questa pre-
ghiera, finisce esclamando: 3ferce, merce, merce! Xon
la concordanza di due o tre luoghi prova la identità
della relazione, che sicuramente quella si riscontra in
molte altre poesie anche di Amerigo, ma una cosi co-
stante somiglianza del tutto e delle parti. Notevole è
qui l'immagine della terza strofa, dove dice che V eyi-
tendemen della sua donna, senz' altro, è per lui mag-
1 Riferiamo qui il testo di questa poesia, secondo la lezione
dei codd. A B C F G M, già stampata, e quella di I R, inedita :
Per solatz d'autrui chant soven ;
mas pero cora que chantes,
ni per bon respieich ra' alegres,
ara veì que ehaut per nien,
e sui a mou dan chantaire :
si cum li auzels de bon aire
que sap qu' es pres, e per so noia recre
e' ades non chant, atretal es de me.
En amor ai lo cor el sen
fermai, e meillur men ades,
si pogues trobar qui m' ames
tan ben cum leu am finamen :
mas ieu am lieis ses cor vaire,
don sui desamatz amaire ;
et on ieu plus 1' am de cor e de fé,
adoncs creis plus l'amors, quem laas' em te.
Non m' es vis e' anc plus foUameu
nuilla hom per amor'foUeies,
qu' ieu am, mais que s' autram baises,
de lieis ses plus 1' entendemen :
e' onors m' es mas que pot faire
ses emperi emperaire ;
quera vai honors ni pretz don mal mi ve,
si fai quel mais que platz es pars de ben ?
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 51
gior onore che non abbia un imperatore senza impero:
la qual cosa ci trasporta col pensiero al tempo tra la
deposizione di Ottone IV, il 30 novembre del 1215, e
la effettiva coronazione di Federico II, il 22 novembre
1220, quando il monarca svevo aveva già il potere
effettivo, ma non ancora il titolo. ^
Altra strettissima somiglianza ha la nostra poesia
con la canzone dialogata Chantar vzielh, per l'allu-
sione alle lodi che farebbe di Beatrice chiunque ap-
pena la vedesse, si farla tos hom qe vis sas heutats,
per l'amore non corrisposto a causa della sua gran-
dezza; e anche qui Amerigo è fats, perché ha mes tot
afan a guisa de fot aman, la on ga res non gli var-
rebbe ; e spera merceian, e lei è flors de las meìhors.
Tra tutte le poesie di Amerigo la più artificiosa
pel metro è questa, Qui la ve en dits ; ed è probabile
Per som soil mal, qu' ieii u'ai, plazen ;
e' anc non vi dompna loing ni pres
mieills disses ni miells respondes,
ni tant amesuradamen ;
per que chascus n' es lauzaire.
puois es del mon la bellaire :
e' anc natura no mes en lieis, so ere,
ni plus ni meins, mas aco quei cove.
Dompna, per merce solamen,
soffrissetz e' un pauc essaies
merce, e e' un pauc afranques
merceian vostre dur talen
vas mi, qeua sui merceiaire
totz temps, e merce clamaire,
e mex'ceians sui, e aerai jasae
vostr'hom, clamans merce, merce, merce!
Lo pros Guillems Malespina soste
don e dompnei e cortesia e me.
Bels Peragon, cum hom plus soven ve
Na Biatritz d'Est, plus li voi de be.
1 V. sulla reciproca posizione di Federico II e Ottone IV dopo
l'elezione del 25 luglio 1215 le osservazioni di F. Torraca in re-
lazione appunto alla poesia di Amerigo in lode dello Svevo, in
Giorn. dantesco, IV (1896), p. 4.
52 PER UN « DESCORT »
che gli fruttasse speciali lodi, come quella che era co-
stata studio, ingegno e fatica. Solo le può stare a fronte
per difficoltà metrica la canzone scritta per un' altra
gentildonna italiana, Emilia di Kavenna, Ses mon
apleg no vauc ni ses ma lima (Grrundr. 10, 47). Quanta
parte di quell'antica poesia è ora perduta per. noi!
Ora essa ci appare in quelle ingiallite pergamene, a
caratteri serrati, fitti, senza distinzione di versi ; come
le membra disgiunte di un cadavere sul marmo del-
l' anatomista. La sua vita è spenta : e non brilla più
tra una festa di lumi e di colori, fra armi luccicanti,
rasi e fiori, al suono di dolci strumenti, echeggianti sin
nell'intimo del cuore degli ascoltatori, destandovi tante
altre idee con mille sottintesi, con la special grazia
della viva favella e del porgere! Per noi molte di
quelle rime sono una cosa compassionevole: fredde,
astruse, monotone, ci servono solo per studiare la lin-
gua, il metro, attaccarci ad un commiato, fare dei raf-
fronti in ordine alle relazioni tra poeti e poeti, della
stessa 0 di più nazioni, scovrirvi imprestiti, e addirit-
tura travasi letterarii internazionali. Quando non vi
troviamo un po' di naturale, di fresco, di vivo, d' im-
petuoso, magari di brutale, schiacciamo questi poeti
sotto il peso dei nostri canoni critici. Ma i nostri an-
tichi avevano un altro gusto; dame e cavalieri si di-
vertivano alla sottigliezza del romanzo d'amore, alle
faticose frivolezze del metro e delle rimas caras. E ci
prendeva gusto anche Dante. ^
1 Con questo non si vuol certo fare ossequio ad un' esagera-
zione dell'arte novissima, sottile cincischiatrice e intarsiatrice,
astrusa e vuota; né dare perciò valore assoluto a forme invec-
chiate da secoli, quantunque convenienti al tempo nel quale sor-
sero e usarono.
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO
Questo nostro componimento consta di tre parti o
stanze, identiche per la struttura. Al Diez parve che
ciascuna contasse 42 versi, superando quasi del dop-
pio le più lunghe strofe provenzali ; ma di questi ben
14 avrebbero una sillaba sola, e un versetto cosi breve
non ha nessuna individualità musicale : congiunti per
la rima al precedente, sembrano piuttosto un'appen-
dice, una risonanza. Inoltre gli otto ternarii con rime
femminili accoppiate, che sono in ciascuna strofa,
devono ridursi a quattro ternarii doppi con rimal-
mezzo. In tal modo ogni strofa è formata di 24 versi,
divisi in tre periodi o parti : il primo di otto quinari!,
con la sillaba di complemento nei versi pari ; il secondo
anche di otto quinarii, con la sillaba di complemento
in ciascuno, eccetto il quarto e l'ottavo; il terzo pa-
rimenti di otto versi, alternandosi un senario femmi-
nile con rimalmezzo ed un quinario seguito da una
sillaba di complemento. Le rime di una parte sono
indipendenti da quelle dell'altra, e cosi le rime delle
strofe tra loro. A chi ben consideri si offrirà anche
allo sguardo una divisione di ciascun periodo in due
membretti di quattro versi ciascuno, ed è notevole che
spesso vi è continuità sintattica non solo tra questi
membretti, ma anche tra i periodi. Il commiato è di
quattro versi, conforme al secondo membretto dell'ul-
tima parte. Il motivo musicale variava certo in ognuna
di esse, ma propriamente la volta della strofa pare for-
mata dal terzo periodo, che ha un brusco cambiamento
di metro : del resto due dei codici parigini, K e W, con-
tengono anche la composizione musicale relativa a que-
sta poesia. Ecco infine il suo schema strofico:
35 IJ.j-^i -^ò ^6-^1 I ^5 bi-bi a,3 b,3-bi
Cs-Cl dj-di Cg-Ci dg 1 C5-C1 dg-di C5-C1 dg
65-63 fg-fl 65-65 tv fi I 63-63 tg-fl 63-65 fg-ti \
54 PER UN « DE SCORI »
che ridotto alla più semplice espressione, dà tre serie
con le rime alternate AB, CD, EF.
Nella prima e nella terza strofa troviamo bensì
ripetuta la rima -es, ma in quella è -és, stretto, nel-
r altra -ès, largo. Eime spezzate: chan-tan, v. 18, e
cer-tan, vv. 63-4.
Il cod. parigino 12474 intitola questa poesia de-
scortz; quello di Cheltenham apre la serie dei suoi
dodici descorts appunto col nostro,^ e dovrebbe ba-
stare la loro autorità per farcelo chiamar tale. A ciò
si aggiunge finalmente che anche il poeta, dicendo al
V. 32 sg. :
.... patz
en volgr' ez acori,
allude chiaramente a descort, nel moio che allora usa-
vano.^ Ma occorre fermarci alquanto su questo punto,
poiché questa poesia di Amerigo non è contata nel
piccolo numero dei descorts provenzali, e perché, tra
l'altro, si è detto pure che essa sia in realtà un'es^am-
pida} Sarebbero mai le nostre cognizioni della me-
trica provenzale cosi esatte e sicure da farci correg-
gere le indicazioni dei canzonieri antichi, e negare
quella espressa allusione del poeta medesimo ? La-
sciamo stare che probabilmente a tali testimonianze
non badarono quelli, che si sono occupati di Qui la
ve en ditz.
^ Cfr. la tavola di questo ms. per H. Suchier, in Rivista di
filologia romanza, II, 146.
2 Cfr. gli esempi in Diez, Die Poesie der Trouhadours, 2.%
p. 101.
3 Relazione della Commissione esaminatrice del concorso per
professore straordinario di storia comparata delle letterature neo-
latine nella R. Università di Pavia, in Bullett. del Ministero
della Pubblica Istruzione, anno XXIV (1897), p. 677.
DI AMERIGO DI PEtìUGLlANO 55
La definizione più semplice del descort data dal
Donata provenzale, «cantilena ìiahens sonos diversos»,
canzone che ha motivi musicali diversi, è stata am-
pliata nelle Leys d' amor ^ cosi, che il descort z deve
avere le cohlas singulars, cioè con rime proprie, e che
può accogliere diversità e disaccordo non solo nella mu-
sica, ma anche nella lingua ; che però le strofe devono
esser tutte di un compas o di diversi, e deve trattare
di amore o di lode, o per modo di afflizione. Da ciò
si vede che le Leys hanno tenuto riguardo a varie
forme di discordo che s'incontravano nei canzonieri:
perché, p. es., la diversità di linguaggio è una mag-
giore discordanza trovata da Rambaldo di Vaqueiras,
ma non essenziale a quel genere di componimento; e
che in realtà una legge bene stabilita per il descort
non esisteva all' infuori della diversità del suono nello
stesso componimento. Questo importava diversità nella
struttura delle strofe^ liberi i poeti di praticare code-
sta varietà con tutte le risorse di cui era ricca la loro
ingegnosità metrica. L'Appel, che si è occupato di
proposito del descort, "^ e ne ha indicati ventidue tra
tutte le poesie trobadoriche,^ ha potuto raccoglierne
1 II brano delle Leys d^amor relativo al descort è riferito an-
che dal Bartsch, Chrestomathie provengale, 4^ édit., col. 376, e
dall' Appel, Provenzalische Chrestomathie, Leipzig, Reisland, 1895,
pag. 198.
2 C. Appel, Vom descort, in Zeiischr. fiir roman. Phil. XI,
212 sgg. Una raccolta molto menò precisa è quella di F. W. Maus,
Peire Cardenaìs Strophenbau, 128.
^ Ai 22 notati dall'Appel bisogn era aggiungere, dunque il no-
stro. Un descort^ trovato da H. Suchier nel cod. N, Joi e chanc e
solar, non è nel Grundr. del Bartsch, ed è segnato 461, 142^^ dal-
l'Appel; fu stampato dal Constans, Revue d. langues rom. XX
(1881), p. 132 e da Suchier, Denteni. I, 315 Arieggia il descort la
poesia di Albert di Sestaron Trop es de mi senher, Grundr. 16, 11,
56 PER UN « DESCORT »
le varietà, e confermare ciò che il Diez aveva no-
tato nel rispetto principale, che cioè tutti quei com-
ponimenti hanno una divisione strofica. Persino la
norma che il poeta dovesse esprimere la sua contra-
rietà amorosa, trova l'eccezione: ma ciò che più im-
porta è che vi sieno dei descortz nei quali vi è con
r apparente irregolarità una norma artistica severa.
Uno di Pons de Capdoill, che comincia « Un gai de-
scort tramet lei cui desir », che è certamente dei pili
antichi, mostra una triplice ripetizione dello stesso
motivo musicale; e una sola cosa resta della specie
del discordo, che « ognuna di queste tre parti si di-
vide a sua volta in tre che dal canto loro possedono
in tutto l'apparenza delle strofe di descort, sicché si
potrebbe preferire di dividere la poesia in nove strofe,
che si combinano in tre gruppi congruenti tra loro ».
L'Appel ha anche notato che la poesia anonima che
comincia Un aqest gai son e leugier (Gnindriss, 4:61,
104), 1 chiamata anche descort^ dall'autore, ha egual-
mente due strofe principali, ciascuna divisa in quattro
periodi minori. Ora nelle condizioni perfettamente iden-
tiche di questi due descorts si trova quello di Ame-
rigo, il quale conserva anche il legame sintattico di
strofe diverse, che l'Appel ha negli altri rilevato:
essendo formata di cohlas singuìars, ciascuna delle quali è cosi
costituita :
6a 6b 6a 6b 6a 6b
2c 6c 6a 6b 2c 6c
11 d 11 d 11 d;
le rime a e d sono femminili. E cosi pure il celebre carros di Ram-
baldo, Truan mala guerra, Grundr. 392, 32.
1 È pubblicata dall' Appel stesso nel suo articolo, e poi da
P. E. GuARNERio, in appendice al suo Pietro Guglielmo di Lu-
serna, Genova, 1896, p. 39.
l
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 57
sìcclié dovrà sorprendere come egli non abbia com-
preso nel suo elenco il numero 10,45 del Grundriss. ^
Ma per la simmetrìa delle grandi strofe altri ha
contata la nostra poesia addirittura fra le canzoni : ^
e bisognerebbe cosi trascurare affatto il singolare suo
andamento, disconoscere quel che è in essa di capric-
cioso e bizzarro, e contentarsi di una significazione
generica del termine chanso, che certamente si trova,
ma che per esser troppo estesa finisce, nel caso spe-
ciale, a non dir nulla.
Venendo ora all' estampida, troviamo prima di tutto
che i nostri filologi, come il Eedi, il Crescimbeni, il
Galvani, hanno sempre ricordato V estampida o stam-
pita, come se fosse una cosa ben conosciuta, e alla
lesta, ma il nome essi lo credevano indigeno della
canzone provenzale.^ Le Leys d'amor ne parlano tra
i dictats 710-principals, dopo del garip, il quale « ha
1 L'ha compreso certamente A. Stimming, in Grobbr's, Grun-
driss der romanischen Philologie, II, p. II (1893), p. 27 ag. riman-
dando alla prima edizione di questo saggio. — Anche FAppel
ammette che la poesia trilingue di Dante, Ai faulx ris per que
traiti m'avete (sulla quale v. intanto F. Novati, Stud. crii, e leti.,
Torino, 1889, p. 206, in nota, e R. Renier, Giorn. stor. d. leti., XXV
(1895), p. 312 sg., sia un discordo, come già Galvani, Osservai, stilla
poesia dei trovatori, Modena 1829, p. 114 sgg. ; anzi vuole che dei
pochi discordi della nostra poesia sia il più genuino. Codesta non
è veramente un'espressione felice; ma intanto va notato che le tre
stanze di Jii faulx ris sono anche simmetriche sul tipo ABCBACc
DEeDFF.
2 Maus, cit. anhang, nr. 487; L, Romer, Die volUsthiìmlichen
Dichtungsarten der altprovenzalischen Lyrik, Marburg, Elwert,
1884, sul quale vedi però 0. Schultz, Zeitschr., IX, 156 sgg.
3 F. Redi, Poesie con le Annotazioni al Bacco in Toscana,
Firenze, Barbèra, 1859, p. 340; G. M. Crescimbeni, Istoria della
rolgar poesia, Venezia, 1731, p. 131 ; Galvani, Osservazioni sulla
58 PER UN « DESCORT »
riguardo solo a certo e speciale suono di strumento »,
e dicono che essa « ha riguardo qualche volta al
suono degli strumenti, e qualche volta non tanto so-
lamente al suono, ma al dettato, che si fa d'amori
0 di lodi alla maniera di vers e chanso; e cosi può,
per quanto sappiamo, aver luogo ».^ Di qui sì vede che
Vestampida aveva, come il caribo, stretta relazione con
la musica ; ma che per la poesia, attaccandosi al vers
e alla chanso^ non aveva nulla di proprio. La Boctrina
de compondre dictatz ne parla ancor più vagamente ;
che dopo aver concesso ogni argomento, di lode, di
biasimo o di ringraziamento, dlV estampida, dice che
debba avere quatre cohlas e responedor, e una o doas
tornadas, e so noveì.^ Ma il solo componimento per-
venutoci con questo nome, e che sarà ora ricordato,
ha cinque, non quattro coble; o se le due ultime si vo-
lessero, stranamente, far passare per tornadas^ ne
avrebbe tre sole; non ebbe so novel; ^ il responedor,
che non e' è, richiama al respos della dansa. Il Diez
non ne parlò affatto tra i varii componimenti proven-
zali. Ma poiché una poesia di Kambaldo di Vaqueiras,
Kalenda maya, è chiamata estampida dal poeta mede-
simo, si è cercato di ricavar da quella una legge del
metro, specialmente perché se, come pare, un sol compo-
nimento porta questo nome tra i Provenzali, nelle rime
francesi ha una certa frequenza. 11 Raynouard ricavò
poesia dei trovatori, Modena, 1829, p. 53, che la dice in tutto si-
mile alla canzone secondo il Redi.
1 II brano delle Leijs relativo all' estampida è riprodotto an-
che da Appel, Proveìical. Chrestom., 201.
2 V. il passo ap. Romer, cit., p. 51. L'altro passo non ilice
proprio nulla in questo riguardo: es dita per go stampida car
pren vigoria en contan o en xantan pus que nuli autre cantar.
DI AMERIGO PI PEtìUGLIANO 59
dalla razo clie la precede, che Vestampida indicasse
una canzone composta sur una melodia conosciuta:^
la stessa cosa si diceva anche del seiTcntese, sicché
in sostanza, il dotto Francese non vedeva nessuna
special forma in quella poesia. Si sa intanto che la
parola ha nel lessico il significato di risonanza, ed è
molto noto un luogo del serventese di Amerigo contro
i giullari, Li fol eill put eill filliol, che qui bisogna
rileggere per intero:
Ar veiretz venir l'estol
vas Malespina el tropel
donan la cani e la pel,
et ades on pieitz lor fan
e menas de merce lor an :
trop son li combatedor
e pauc li defendedor.
Mort son, si Dieus nols governa.
Estampidas e romor
sai qu' en faran entre lor
menassan en la taverna.
Ma qui siamo ben lontani dalla poesia '.^ Guiraut
de Calanson adopera il verbo estampir per sonare:
Farai detz cordas estampir.
1 Kaynouaed, Choix, II, 255. L' estampida di Raimbaut de
Vaqueiras in Appel, Frovenzalische Ghrestomathie, p. 89.
2 Anche questo significato ha la parola in francese antico,
cfr. GoDEFROY, Dictionn. de V ancien francais, con altri ancora
di baccano, mischia, giostra tumultuosa, suono di campane. Né
sono ignoti queste idee al vocabolo italiano ; cfr. P. Minucci, al
Maìm cintile^ IX, 13: « stampita vuol dire sonata o cantata, ma
qui intende remore o cicalamento odioso, che è il senso nel quale
60 PER UN « DESCOKT »
Il discorso più serio e più dotto intorno a una pro-
babile forma di estampida è di Paul Meyer. ^ L'il-
lustre provenzalista incontrandosi in una poesia di
Kostanh Berenguier di Marsiglia, La dousa patria, un
po' somigliante a quella che Eambaldo chiama estam-
pida, ed esaminandone la composizione, ne dedusse
che questa aveva un carattere essenzialmente musi-
cale, siccome appunto indicavano l' etimologia e le
Leys, ma che presentava le seguenti norme metriche:
1° leggerezza di andatura della stanza, costituita al-
meno in parte di strofe bipartite, e per conseguenza
non osservata punto la divisione in tre parti ; 2° sim-
metria delle strofe, perfettamente come in una canzone,
a differenza del descort e del lais ; 3" cambiamento di
rime ad ogni stanza. Ma lasciando stare questo terzo
carattere, che si riscontra facilmente anche nelle can-
zoni e nei serventesi, il primo di essi, posto che sia
veramente costante nelle estampies francesi, com'è
neir esempio di Eambaldo, e come sì riscontra solo
parzialmente nella strofa di Kostanh, non si ritrova
punto in quella di Amerigo.^ Del resto la strofa couée,
oggi per lo più è presa da noi questa parola; ed ha lo stesso si-
gnificato che bordello, chiasso, musica e simili, presi metaforica-
mente ». Per l'etimologia, cfr. Diez, Etym. Wòrterb. II e, estampie.
1 P. Meyer, Les derniers troubadours, in Bibliothèqiie de VE-
cole des Chartes, serie 6.«-, t. V (1869), p. 486 sgg. — L. Biadene,
Varietà letterarie e linguistiche, Padova, 1896, pag. 50, ne ha
parlato anch' egli rimandando al Meyer ; e per ciò che si tocca del
caribo v. appunto queste pagine del Biadene. Una nuova etimo-
logia di caribo è ora proposta dall'AscoLi, Arch. Glott., XIV, 348
sg.. dall' arabo qasibah, « fistula musica », che conferma il mio
sospetto, essere caribo in origine uno strumento musicale, StudJ,
I, 165 (non rammentato dall'Ascoli), sennonché resta sempre a
spiegar meglio - r - da - s - con tanta costanza e antichità.
2 II Maus e il Romer hanno anzi proposto ciascuno uno schema
Ul AMERIGO DI PEGUGLIANO 61
il rliythmus triphthongus catidatus, entra pure tra i
gruppi che contengono la stanza di En aqest son gai
e leugler :
Las, qiie farai?
qu'ieu no lo sai,
pois non ai nuli bon conort.
Per vos morrai
e mout mi piai
s' om dis qe vos m' aias mort ;
come entrerà in altri discordi (cfr. p. es. Bel maltraire,
Erransa, Ses alegrage, tutti di Gruillem Augier), ^ ed
appare anche nelle canzoni, come p. es. in Pos trohars
plans di Eaimbaut d'Aurenga (Grundr. 389, 37).^ Ee-
sta la simmetria delle strofe : ma dopo quello che ab -
biamo veduto di due descorts indubitabili, con per-
fetta simmetria dei gruppi che li compongono, co-
desto non è più un carattere specifico. Un giovine dot-
tore, della scuola di E. Stengel, trattò anch' egli del-
di Kalenda maya, diverso da quello del Meyer: in sostanza nei
suoi elementi è il seguente :
a^ »♦ b4-a4 I a4 a^ hi-SLi \\ b4-a4 b4 - a4 11 aj aj e, - a4 [ a, a2 C2 - a2;
e tutto sta a decidere se la parte mediana, b-a b-a, formi la se-
conda principale, 0 sia, come voleva il Meyer, una specie di se-
parazione tra due serie quasi identiche. Lo schema di La dousa
pairia :
ag a^ ag bg | ag aj ag bg || Cg Cg bg | C3 Cg bg
1 Vedi questi componimenti nella recente ediz. di Johannes
MuLLEE, Die Gedichte des Guillem Augier Novella, in Zeitsehr.
f. vom. Phiì., XXIII (1899), pp. 61, 66, 69. Notevole è , tuttavia,
come al Miiller sia sfuggito che il Monaci, Testi antichi, 75 sgg.,
pubblicò del discordo Ses alegrage la lezione di cinque codici,
CMNRS.
2 Stampata dall'AppEL, Poesies proveJifaZes inédites, p. 116.
62 PER UN « DESCORT »
Vestampida, di proposito; e senza opporre argomenti
serii alla teoria del Meyer, la ritenne solo nel rico-
noscere, dall'unica Kalenda maya, e non da altro
componimento, il carattere peculiare dei versi brevi e
del ritmo vivace, che son cose, in verità, forse vere
nella sostanza, ma vaglie ed elastiche; e che ad ogni
modo qui non ci riguardano. ^ Eesta adunque che a
nessuno è riuscito di scoprire se V estampida fosse un
metro ben preciso, come il sonetto, la ballata, la can-
zone, nel senso ovviamente tecnico del vocabolo; che
anzi qualche carattere principale attribuitole è pu-
ramente illusorio; e dall'altra parte non sappiamo
quanto essa potesse confondersi col descort^ se non v'è
confronto alcuno tra la strofa semplice, omogenea, so-
stanzialmente monorima dell' ^5i(awj)«V7a di Rambaldo,
e quella complessa, varia, discorde dei descorts.
E allora a quale uncino dobbiamo afferrarci per
scoprire un' estampida nel componimento di Amerigo
di Pegugliano?! Una scorreria nel campo delle estam-
pies francesi non ci fa guadagnar nulla, fuorché un' al-
tra conferma della vaghezza e incertezza della loro
struttura. Il Meyer non contò la poesia di Amerigo
tra due esempi di stampite, che racimolò nel campo
ove verdeggiano le poesie trobadoriche per le cure sue
e di sapienti cultori che molto hanno appreso da luì.
Ma uno dei due esempi, il componimento di Jean
Esteve, Lo Senlier qu'es guit^,^ è ricalcato perfetta-
mente sul nostro Qui la ve en ditz, come vide già
Gabriel Azais: perché anche in questa poesia Ame-
1 L. RoMER, cit, pag. 48-51.
2 Grundr. 266, 8. — G. Azais, Les troubadours de Bé^iers,
2e ed. Béziers, 1869, p. 109 sgg. Maus, anhang, n. 487.
DI amerktO di pegugliano 63
rigo ha fatto scuola : ^ anzi vi è una specie di tenzone,
fra maestro Ferrarino di Ferrara e Guillem Kaimon,
modellata pure su di essa - e un' altra poesia scono-
sciuta indicheremo più oltre. Non sono estanipidas ,
come, per quel che si è detto, non è il loro modello;
non lo credettero TAzaìs, il Romer, e ormai lo stesso
Meyer non v'insisterà pili.
Vero è d' altronde che codesto ritmo dell' estam-
pida con tutta la dimostrazione di P. Meyer, il quale
voleva che dall' Occitania fosse risalito alla Francia
settentrionale, è ormai ritenuto esotico in provenzale.
Eambaldo, che ce ne dà il solo e certo esempio, segui,
dicesi, la melodia di una composta al suo tempo da due
jonrjleurs. Vennero in quel tempo due giullari di Fran-
cia nella corte del marchese di Monferrato, i quali sa-
pevano sonar bene la viola: e un giorno sonavano una
stampita, che molto piaceva al marchese e ai cavalieri
e alle dame. Ma Rambaldo era turbato. « Non sentite
questa bella musica? » gli chiedeva il Marchese; « si
può star cosi fra tante belle donne e innanzi a mia
sorella ? » Eambaldo non voleva né cantare, né stare
allegro. Allora il Marchese ricorse ai buoni uffici di
madonna Beatrice, la quale fu cosi graziosa e cortese
che pregò e confortò il poeta a stare allegro e a can-
tare. Onde Eambaldo fece la stampita cominciando:
Kalenda maya, sulle note dei giullari. '^ — Era solo
1 Maus, cìt., pagg. 16-18, 57, 60, 77.
2 Grunclr. 150, 1 e 402; cfr. Romer, p. 50. Le due coble sono
stampate in Archiv, 50, 264, da T. Casini, / Trovatori nella M. T.,
cit. p. 182 sg., da E. Monaci, Testi antichi, 103, e con cure critiche
da V. Crescini, Manualetto, 148. — Selbach, Das Streitgedicht,
Marburg, Elwert, 1886, pag. 68 dice che la cobla di Ferrarino è
un serventese, forse con rispetto alla proposta!!
3 E la biografia del Cod. laurenziano P; v. Archiv,ÒO, 251;
64 PER UN « DE SCORI »
musica dunque, e straniera; e vleìer estampie dicevano
spesso i jongleiirs. Quanto è raro (|uesto nome in pro-
venzale, altrettanto è ovvio in francese antico. La
musica e il ballo la costituivano principalmente in
origine, e le si attaccò facilmente il canto: del quale
è ignoto il peculiare carattere metrico, perché proba-
bilmente non ne aveva : il Meyer trovò nella raccolta
del manoscritto Douce poesie che troppo si allontana-
vano dalle norme intravvedute da lui. Nel provenzale è
certo che oltre a quella di Rambaldo, altre poesie si
accompagnarono al suono dell' estampie, per ciò che
dicono le Leys: saranno state dansas, anche descortz,
persino canzoni: ma il quesito nella sua parte fonda-
mentale spetta più alla storia dell'arte musicale che
dei metri poetici. E riferiremo, naturalmente, anche
noi la glossa di Francesco da Barberino, dove mette
in un fascio tutte queste melodie, caribo, nota, stam-
pita cosi : consonium antiquikis dicebatur omnis inven-
tio verhoriim quae super aliqiw caribo, nota, stampita,
vel sim^ilibus componebatur, praecompositis sonis. Ho-
die verba talia nomen soni vel sonum fabricantis se-
cuntur}
Chabaneau, Histoire generale de Lmiguedoc, 2'^ ed., X, 294. — Il
Romer tacciò di favoloso il racconto di questa ra^o, ma non so se
abbia ancora pubblicato le prove che prometteva. V. intanto O.
ScHULTz, Zeitschr., IX, 158, il quale sta anche per la provenienza
francese àeìV estampida. Cfr. A. Stimming, in Gròbee's Grundr.
cit., pag. 28.
1 Se il caribo non avea una speciale e determinata forma
metrica, neanche lo avea la stampita, e in ciò va modificata l'as-
serzione del BiADENE, Varietà^ 49, che ha pur ricordato in nota
questo passo, ma senza toccare il ragionamento da lui fatto sei
anni prima, in Bihliot. d. scuole ital., Ili (1890), 40 sgg. — An-
che il nostro Vocabolario ci dà spesso esempi di stampita solo
DI AMERIGO DI PEGUGLIANO 65
IV
Il nostro descorts leggesi in dieci manoscritti, tre
dei quali non conoscono il nome del suo autore, cfr.
Grundriss, elenco, 10, 45:
Parigino, Bibl. Nat. 856, già 7226 (C) fol. 94, ap. Mahn,
Gedichte, n. 1171.
Estense in Modena (D), fol. 67.^
Parigino, mod. 1749, già 7698 (E), seguito dal Diez,
Die Poesie der Troiih.'^, 305.
Parigino 854, già 7225 (I), fol. 54.^'
Parigino 12473, già suppl. 2032 (K).
Parigino 12474, già suppl. 2033 (M), fol. 250^, anonimo.
Cheltenhamiano, di sir Thomas Phillips (N), f 46% ano-
nimo, secondo la collazione del Constans, Revue des
langues romanes, XX, 138.
Eiccardiano in Firenze 2909 (Q), fol. 16^-^
Parigino 22543, già La Vallière 2071 (K), fol 49, con
musica.
Parigino 844. già 7222 (W), fol. 185. anonimo, con
musica.
Non terrò conto delle insignificanti varianti di K.
La copia del Eiccardiano devo alla cortesìa e peri-
zia del mio amico prof. Pasquale Papa, e quella del-
nel senso musicale: cfr. Decamerone, vii, 10: «Con una sua vi-
vuola dolcemente sonò alcuna stampita, e cantò appresso alcuna
canzone»; e anche sonata d'organo (Rondinelli, JReZa^. cZ. Con-
tagio, 94) ; e persino « Al culo ha la sonagliera Che fa sempre la
stampita», cantò Lorenzo il Magnìfico.
ZlNGARELiIil 5
66 PEK UN « DESCORT »
l'Estense parimenti alla cortese diligenza dei signori
Valdrighi bibliotecario, e Finzi vicebibliotecario del-
l'Estense nel 1890. Il manoscritto riccardiano separa
i versi, attaccando però i monosillabi al successivo:
in tal caso ne verrebbe leggermente alterata la dispo-
sizione che ho preferita, e credo giusta. Il parigino M
divide il descort in gruppi come i nostri, gli altri co-
dici distinguono solo una strofa dall'altra.
Il W., che non è un canzoniere provenzale, ma fran-
cese, ed ha soltanto un florilegio di una trentina di
componimenti provenzali, per lo più senza nome di
autore, contiene solo le due prime strofe, alle quali
attacca immediatamente altre due di uguale struttura,
ma di altro argomento. E un nuovo descort^ musicato
su quello di Amerigo, e sarà pubblicato in ultimo, per-
ché è componimento ignoto da altra parte.
Nella lezione mi son tenuto a quella di C più che
ho potuto.
Qui la ve en ditz:
pus Dieus tans i mes - bes
en na Biatritz,
4 non i a merces - ges;
quar tan gen noiritz
SOS gais cors cortes - es,
que sera falhitz
Varianti. — 1 ^t^ C N R ; clis D Q. — 2 puois D, 2>os E M N W,
manca R ; dieu C R, dyeus E I W ; tan C I M R W, tang N, manca
Q, tan<; D ; X* C E I R W. — 3 ena C D I ; hiatriz D, bietris R,
beatriz Q. — 4 no Q R ; Ti* C E, ma Q, non ies W ; jes C. — 5 car
D I Q W, qar M ; geni C, ben Q ; noiriz D Q, noyriU W. — 6 son
R; gnais C, gai M, gays AV, gen R. — 7 gè M, ^e Q; cera E,
sarà W ; failliU E I, failliz D, sazitz R, failhitz M, failli Q.
m AMERIGO DI PEliUGLlANO 67
8 gauclis, que non l'agues - res.
Lo sieus dous esguars - clars
corals, dels ^ensors - flors,
rendriels parlars - cars
12 gaug, tant es doussors;
pueis l'onratz onrars - pars,
qu' es autz pus qu' onors - sors,
platz, el condeiars: - dars
16 nom vai tan d'alhors.
Tan diria - sin crezia
mon cor, de lieis clian - tan,
qu' enemia - men seria
20 la bella c'aman - blan.
quem valria - s'ieu perdia
leis c'am ses enjan - tan?
qu' ieu penria - e m'amia
8 gau;^ D, gauU I, gang E M N, iois Q ; (^^ D M Q ; ages M R
W, V manca M, nolìagues Q. — 9 ?e I M N Q, li W ; sieu R W,
seus Q ; douz D, doutz M, dos R ; esgars D M Q, esgart I, esgartz
W; clartz I, cars R. — 10 de MR; iensers R, genzors Q. — 11
rendrials R M, rendrial W, rendriel D E N Q ; par lais N ; quars
E. --- 12 gaiih D, gug Q, gautz W; tan Q ; dossors R, dogors M,
dousors D I Q. — 13 pneys C, pois I, pos M, puois Q, puesc W,
manca D ; lontaz Q, ìonraz D, lionrars I M W, onrar Q. — 14
qes D M Q, aiit D M, antg, N; plus D I M Q W; e' tutti meno C. —
15 plaz D W, plas Q ; sies agg. R ; conhdeiars C, cond- DIR
coindears M, con deiars N, condeiraz Q, cuindars W. — 16 non
M Q R ; tant D Q W ; dailhors M, daillors DEI, dallors W, c?o?-
Zors Q. — 17 tant D I Q ; dieia R, deua N ; sien D N R, sieu M,
s'iwì I ; creisia M, crizia D, eresia W. — 18 mom Q ; co?*s R, po-
sposto W ; lieys C E, lei D, Zew M, delleis N, Zei/ W ; ian W,
can D. — 19 g' e D M Q ; ???se D ; saria M, cena E. — 20 manca
C; bela E R. — 21 manca C ; qe il M, qel N Q, quel I, g;6t7Z D ;
l'aria N ; sien N. — 22 Z'<e?/s C N, lei N D, lies R, Zeys E W ;
qiiieu W ; can D ; enian D E I M Q R, engan W ; tan manca R.
— 23 quen C N, qieu M, g|«*7Z D, ^«Z Q, qui I, <22t?' en E ; auria R.
gg PER UN « DESCORT »
21 destric el mieu dan - gran.
Anc de nulha gen
no fon hom trobatz - natz,
que tan finamen
28 ames dezamatz; - fatz
son pus non aten
joi ni nom n'es datz - gratz,~
segon falliimen
32 sai que sui senatz. - Patz
En volgr'ez acort - fort,
tan sui cossiros, - blos
e ses tot deport: - tort
36 n'a gran sa faissos,
qu' en luec de cofort - port
el cor ambedos - sos
huelhs: veus lo conort, - mort
40 m'an li bel respos.
24 aZ IME; min Q, syeu W. — 2ò.nuilla DEI, nulla MQ
W. — 26 non D M Q W nom I ; fo E, son Q ; hom manca R W ;
tròbas D Q, atrohatz W;naz D, manca Q. - 27 manca Q ; qe D.
_ 28 manca Q; desamas faz D. - 29 manca Q ; so* I K, sui M,
suii W • eit R; 2)0S E 1 M N, :puois D, car E W ; naten E, non la
^g^ W.' - 30 ioys C, ioie E, ioy W, ioi E M Q ; non Q E ; mes E ;
n' manca M.-, daz graz D Q; mom mesdac N. - 31 faillimen.D
El failh- M, fall- QW. - 32 gè D, qieu ME; 50* E E, son N,
sitm Q, suy W ; sena^ Q, sena D, ser?;a*^ I, sennatz W ; paz B Q
- 33 uolgre D M N E, volgez Q, e uolgra es W. - 34 son D I
N Q E; angoissos D M Q, a^oisos N, en^fo^'sos E, engoissos W,
consiros E. — 35 sm?/ sens con/bri cor* W ; conort E; cor* I. —
36 na gran sa C, na grans sa E, nam N. - 37 gè D M, qan Q :
siec E, Zoe DEI, luoc W; con/ori D E M Q, ^Jepori E. - 38 «/
E- ahedos QW. - 39 huels C, 7i«feiZ/is M, uels Q, otZ^ I, oii?^
d' oilg N, Mck W, hueills E; «es M, news N, nens Q; Ze W. -
40 maun E, mai Q, mal E, ma W, man lo N ; set D, s^e^ I M,
siett E, lo Q, 7e ^fen*^ W.
I>I AMERIGO DI PEGUGLIANO 69
Que d'amansa-m fes semblausa
qiian son gai cors fi -vi,
e ses lansa - sos huelhs lansa,
44 mas a mi non ri, - ni
voi ni'onransa - ni m'enansa,
ans lonba de si - mi:
ses duptansa - n'a mermansa
48 sos pretz, car m'auci - eli.
Pns m'a tot conquis
quen re noni biais - vais
leis cui sui aclis,
52 ni d'als no m'apais - mais,
e car sos pretz fis
es dels plus verais - rais,
volgues e sufris,
41 qe D, qan M, qa Q ; damanssa D, de mansa R, damanga
M, damanza I ; m manca D EI W ; fé Q, ses D N ; senibìanssa D,
sembianza I Q, setohlanga N. — 42 qan D M, can I Q, pus E, cant
W ; soi GEME; guai GIN, bel W ; ui fi CT> W. — 43 manca
Q ; es ec? E, er M W, sens W ; ìanza I, ìanga N; que nom E I N
E W ; sos huelhs lansa manca D. — 44 manca E; sos hueills ni
M, sos oillz ni D, ueilz ni Q, sos oiìz ni I, sos uelhs que W,
sos iieils ni E; nom I; sos oilg ni nom ri N. — 45 monranssa
D, -za I ; enanza I, menassa D. — 46 anz D Q, an E, ainz M ;
loigna I, loingna D, luanna W ; si de mi Q. — 47 doptanssa D,
doptansa E, -ancha Q, -anza I ; mermanssa D, no me enansa E,
wawsa Q, nanza I, mamer mansa N, — 48 p?'es Q ; maussi E, mausi
I, av/ssi malici W eZt N. — 49 ^iwz's D, pos E M N Q, si E, po*s
I ; conqis M Q, conquisi E. — 50 g^ D, ga Q, gwe N E ; res E, rem
I M, /e??. X; non DM; t'a^s G. — 51 lieys G, Zzei E, lei I Q, am
E ; eill D, e li Q; son D Q E, soi E I, leis el son N. 52 gew aZs
M, e c?aZs E ; mon G E ; apays C. — 53 alegre cor M ; so7^ G,
i^res E, i^recs Q. — 54 sol qel M, (j^ttes E; belhs G ; pits E; uerays
G E; ra^s G, iais M. — 55 uolgra M; qe M; suffris D, so/'ns
I E.
70 PER UN « DE SCORI »
56 quar forals savais - fais,
Qu'ab lo sieu voler, - per
so que lor pezes, - des
me luec e lezer - ver,
60 sol qu' ieu la preies;
non volgra aver - er
d'autra quem colgues - pres
de se ni jazer - cer -
64 tan ni quem baizes.
S' ieu amaire - ses estraire
li soi ni leials - tals,
non puesc faire - pauc ni gaire,
68 tan li sui sessals, - als;
quar camjaire - ni trichaire
noi sui ni venals - faIs,
m' es vejaire, - per mon paire,
72 quem n'es plus corals - mais.
56 car D I Q R ; forai I Q R, foraill D, fora M ; saiiays C, sa-
luais M ; fays C. — 57 cab D E I R, qab M, qaii Q ; seu D. — 58 fo
M ; caluy R, qa M, qe D ; hir D E I M N Q ; 2oeses M. — 59 mi M ;
loc I M, lioer Q. — 60 per sol R, taìi M ; qe D Q, que I, qieu M,
so que N ; lan D ; preyes C, preyes D, pregues E, preses M, pres
Q. — 61 no Q; uolgrauer I, uoìgre C, uolri' M ; ser M. — 62 daltra
M; quen I, qi7n M, qem Q; colges M, cogues R, tolgues Q. — 63
si I M ; chazer R iaser D M, «ctses Q, gaser N ; /er N. — 64 qui
C E; qen M, gem D Q, que N ; baisses M, baises D I Q. — 65 sieus
D, ^ns M, //s R. — 66 suy C, son D I N Q, sui M ; e N ; ni manca
D ; leyals C, Zm7ò' N Q R, leals M. — 67 nom Q ; puosc D Q, manca
C, pos M; afaire C; guaire C. — 68 ^cmi I; 50^ R, on Q ; ses als
E, selaìls D, ses«?s N, censals M, ?ion cew. saZs Q, sensals H; sals
M, teZs R. — 69 car D I Q, pos M, 3^<e R ; bauzaire M, carfa con
una sigla sul secondo a N; caniogare Q; trizaire D, tricare Q,
^fmVe N. — 70 no27Z E I, no7? M; son D I N Q, sot E R ; fals ripet.
Q. — 71 ma Q ; plaire m. ; invertiti gli emistichi in R ; wes j«fr<?
N. — 72 Q'tfe IR; mcs I M; 2ons R; ?nrt?^ Q, ni mais N.
DI AMERIGO PEGUGLIANO 71
La bellaire - de sotz l'aire
es als bos et als - mais:
per qu' es maire - del maltraire
76 l'onors, el captals - sals.
73-6 mancano M Q R. 75-6 mancano I. — 74 belhaire C, be-
laire E N, — 75 qes D. — 76. chaltas D, es N.
LE STANZE AGGIUNTE IN W
Il successo del discordo Qui la ve en dits è mani-
festo dalle imitazioni che ne conosciamo. Joan Esteve,
della fine del secolo xiii, uno degli ultimi trovatori,
volse quella poesia tutta a intendimento religioso,
verso per verso, ritenendo le rime; cosi come i nostri
laudesi prendevano il suono e la forma di note poesie
profane. Ma forse prima di lui, alla corte stessa di Fer-
rara, maestro Ferrarino e Kaimon Guglielmo, come si è
già ricordato, si scambiarono una cobla per ciascuno,
della medesima struttura, ma non con le stesse rime,
gareggiando nella lode del marchese d'Este, forse
Azzo YII. Questo scambio non si può chiamare una
tenzone per nessun modo. ^
Non può sorgere mai il sospetto che le stanze ag-
giunte in W appartengano anche ad Amerigo, perché :
1° differiscono dalle altre sue poesie per la lingua; 2°
sono ricalcate sulle stesse rime del suo descort: 3° per
il contenuto presentano una situazione tutta differente;
^ Selbach, Das Streitgedicht, 68, crede lodato Obizzo, perché
Guillem Raimon scambia con Amerigo le coble iV' Aimeric, queus
par d'aquest Marques, clie 0. Schultz, Zeitschr., VII, 231, vuole
scritte per lui; ma cfr. la difficoltà opposta da Casini, I trovai,
nella M. Triv., 183, n., né è escluso che si tratti di altro Amerigo.
72 PER UN « DE SCORI »
4^ hanno delle licenze metriclie strane cosi alle pre-
cedenti stanze, come in generale alla raffinata poetica
di Amerigo. Di esse, la prima stanza ha regolarmente
tre parti, la seconda si abbandona a quella irregolarità
che domina nel maggior numero dei descortz; perché
restringe a quattro versi, cioè al primo membretto, la
seconda parte della seconda strofa: si potrebbe sospet-
tare tuttavia, specialmente perché questi versi non
danno senso soddisfacente, che gli altri quattro versi
sieno caduti ; ma V irregolarità riapparisce in una tor-
nata di due versi, in confronto alla tornata del descort
di Amerigo, che è regolarmente costituita dalla metà
della parte precedente.
Il poeta aspira ad un bacio della sua dama, per
il quale darebbe la vita ; poi dice che egli per causa
della sua donna non vuol andare alla crociata, nean-
che se sapesse di conquistare il Santo Sepolcro ; e cosi
finisce chiedendole Vestrena. E cosi da un lato la poe-
sia di Amerigo fu purificata da Joan Esteve con sen-
timenti di religiosa compunzione ; dall' altro fu volta
a irriverente sensualità dall' anonimo autore di questo
nuovo descort.
Sili, qu' es caps e guitz,
on vera merces - es,
don qu' ieu sia ausitz
1 d'un joi que promes - m'es:
c'uns gens cors grasitz
m'a am plasen bres - pres;
donc s'ien sui traitz,
Varianti di W : 7 syen.
6. Bres, ' lignum quo aves capiuntur ', Donata proensals, ediz.
Stengel, 7, 19; altri esempi in Raynouard, Lexique romane.
DI AMERIGO PEGUGLIANO 73
8 pechat e non fes - es.
C'autres plasers cars - ars
nom pot far socors, - sors
m'agra iins dous baysars, - pars
12 fora dels mellors: - pors
fera chantars - ci ars,
disent las lauzors, - plors
m'es arai presars - cars:
16 non say si l'amors
Ani quem Ha - mi valria
s'atendia aman - tan;
e seria - cortesia
20 sim leuges l'afan - gran :
car s'un dia - m'acorria
d'un Joy quiel deman - tan,
nom calria - s'ieu moria
24 pneys d'aqui enan - l'an.
Donc die a la gen
que mandon crosar, - ar
qu' ien non ay talen
28 ni cor de passar - mar.
neys sii monumen
sabia cobrar, - car,
sella m'o defen,
32 de pretz non a par - car.
10 ìion, 11 un, 12 del, 16 la inors, 23 noHj 26 que] aue.
9. ars, probabilmente aras, ora, come ers, (cfr. Bartsch, CVwesf.
col. 185, V, 13), ma non conosco nessun altro esempio di ars.
13. manca una sillaba ; forse fera los chantars.
14. l'^ors, deve essere per porU, contentezza (deporta), di cui
dà alcuni esempi il Raynouaed, Lex. Eom. IV, 606; un altro
esempio di s per t^, ma non complicato, è al v. 45 dasm', datz m'.
15. cars è una rima di ritorno, v. 9; altro esempio è nel gruppo
precedente es, v. 2, 4, 8, e nel seguente tan, v. 18, 22.
74 PER UN « DESCORT » DI AMERIGO DI PE(tU<ÌLIANO
Gara consin l'aurai, - n'ay
ponha col desir - vir,
am leys non faray, - may
36 am per Dyeu morir.
C*am sim ten a-m fort cadena,
e' anc pueys qn' ieu la vie - trie
d'amor ben a-b doussa pena:
40 e' anc mal non sentic, - die,
say si mena - no m' estrena
con leyal amie, - gic;
mas quis pena - trobar mena
44 d'aur per estar rie, - pie.
Blanq' e lena, das m' estrena,
46 quels vostres prez rie - cric.
33 vay, 34 ponna, 37 sin, 38 cam, 43 quispera, 44 istar, 45
hlanc, das mestrena.
33-36. mi riescono oscuri, né si guadagna nulla leggendo vai/
invece di n'ay, che pur dà un senso: ne ho affanno come il de-
siderio si volge. Né sarà mai da prendere vir per un aostani, ri-
cavato da virar.
37. questa specie di rima ten a-m^ e cosi hen a-b è ben nota:
cfr. DiEZ, Poes. d. Troiih., 89, e Bartsch, Jahrhnch fiir rom. u.
engì. Phil., I, 174 sgg. ; e per l'antica poesia italiana, che n' è ric-
chissima, esempi tipici sono nei sonetti di Monte Andrea e Lam-
bertuccio, Le antiche rime volgari sec. il cod. vai. 3793, V, 199 sgg.,
e qui stesso cfr. il Casini, p. 450 : e anche Dante ce ne ha offerti,
Studj, I, 185. Il senso di questo verso e dei seguenti è: Che mi
tiene seco con forte catena, che dopo che la vidi mi intrigo con
dolce pena di amore, che mai non ho sentito male, io dico ; se
qui non mi regala in copia come ad amico leale, io son derelitto;
ma chi si affanna a trovare miniera d' oro per star ricco, scavi !
43. mena, altri esempi per miniera, in Raynguard, IV, 234. e
conferma T etimol. da mina. cfr. Diez, Etym. Wòrt. s. v. — No-
tevole è la stessa frase nel son. di Ciuo a Dante : Cercando di
trovar minerà in oro, a cui la risposta : Degno fa vui trovare
ogni tesoro, pei quali cfr. F. Pellegrini, in Giorn. Stor, XXXI,
311 sgg.
INDICE
Prefazione Fag. vii
Un serventese di Ugo di Saint Gire 1
Per un descort di Amerigo di Pegugliauo 25
TESTI
Un sirventes vuelh fair e en aqiiest son d' en Gui 16
(Per razo naturai) ., 35
Ah marrimem angoissos et ab pìor 41
Per solata d' autrui chant soven 50
Qui la ve en ditz .66
Sill^ qu' es caps e guitz , . . 72
C\2'
vO
rH
•H
C
-P
05
O
-P
Cd
o
PONTIFICAI INSTITUTE CF MEDIAEVAL STUOIES
59 QUEEN'S PARK CRESCENT
TORONTO— 5, CANADA
18762 •